7 maggio 2018

ASSEMBLEA REGIONALE DI ARTICOLO 1 del 7 maggio : DOCUMENTO POLITICO



Riceviamo dal coordinatore di Articolo 1 del II Municipio e volentieri pubblichiamo





Premessa
 
 
Il documento parte da un appunto  iniziale riportato nel Coordinamento come tentativo di analizzare il momento politico di LeU post voto. Ci ha messo mano un compagno della CGIL , a cui sono sempre grato, che lo ha sistematizzato ed integrato con le osservazioni che di volta in volta gli sono pervenute. E' chiaro che non essendo stato distribuito a tutti ha delle evidenti "falle".E' solo una base di partenza, di discussione per l'incontro di oggi pomeriggio. Diversamente si sarebbe rischiato di andare a quest'incontro a mani vuote. Sono evidenti anche nell'organizzazione di stasera e del 12 lacune organizzative impressionanti (la convocazione del 12 non è neanche firmata da uno straccio di dirigente).Per ultimo, giusto per segnalarvi la volontà di alcuni membri del coordinamento a costruire piuttosto che a "tafazzarsi", comportamento che sembra evidente da parte di alcuni nostri dirigenti che abbiamo mandato al Parlamento, il documento in questione non è stato votato .Quindi non è da ritenersi definitivo ma aperto ai contributi alle integrazioni e a tutto quello che volete voi . Ha la sola pretesa di essere da stimolo per la discussione .
Vi invito quindi a non mancare stasera.

Mimmo Fischetto
 

 

 
BOZZA PREPARATORIA PER IL DOCUMENTO FINALE

                    (per proseguire e rilanciare l’esperienza di LeU)    

 

 

STESURA DEL 4 MAGGIO 2018
 
 
Il 4 marzo è giunta definitivamente a conclusione una lunga fase dell’ esperienza politica della sinistra italiana basata sulla tesi della sostanziale ineluttabilità dei principi economici e sociali dettati negli ultimi trenta anni dalla progressiva finanziarizzazione delle economie delle società moderne.

Con gli esiti delle recenti elezioni politiche e regionali, infatti, sono giunte ad esaurimento tesi e analisi degli anni ’90, le valutazioni sulle dinamiche di ingesso/gestione  nell’euro e costruzione dell’Europa, il modello di articolazione della rappresentanza politica dell’area di centro-sinistra teorizzato nel Congresso del Lingotto del 2008 e le relative proposte politiche, economiche e sociali con cui quel congresso provò a rispondere ai problemi emergenti tra i ceti popolari e produttivi.

 

I cambiamenti straordinari degli ultimi trenta anni in tema di nuovi rapporti tra lavoro e capitale, delle nuove forme di accumulazione del capitale e distribuzione della ricchezza prodotta, delle nuove relazioni tra rapporti di produzione e rapporti di consumo, furono considerati, in quel congresso, coerenti con l'idea di società liquida e la tesi dei “vincoli esterni”, sottovalutando, che attraverso la progressiva digitalizzazione della società,  sarebbero cambiati in modo radicale i sistemi di relazione sociale, produttivi, relazionali e di consumo.

 

Per questo riteniamo insufficienti e auto assolutorie le analisi basate sulla sola stagione “renziana” per spiegare il declinante ritiro della sinistra dalla società reale  in corso da circa trenta anni,  la sua crescente marginalizzazione  teorica ed elaborativa, la progressiva subalternità culturale a tematiche e pulsioni proprie della destra economica prima ancora che politica.

A partire, ad esempio, dalla progressiva disarticolazione del diritto del lavoro, dai silenzi sulle riforme dell’irpef in corso da trenta anni che hanno determinato un gigantesco processo di ridistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto, dallo straordinario drenaggio di risorse da welfare e istruzione verso gli incentivi alle imprese, il progressivo impoverimento e indebitamento del pubblico teso a favorire i processi di privatizzazione dei servizi pubblici e delle proprietà immobiliari pubbliche, il crescente spostamento dei costi della sanità sulla spesa privata dei cittadini, la familiarizzazione dell'assistenza alla non-autosufficienza, la gestione della accoglienza.

Processi tipici della destra economica su cui la sx non ha mai prodotto una critica reale.

 

Il fallimento del PD e dell’esperienza del Csx, che ha in Renzi e nel renzismo il suo figlio legittimo e la sua conclusione politica più logica, deriva principalmente da questa lunga incapacità, del PD e del Csx, di produrre una analisi critica della società contemporanea e di conseguenza di non aver proposto nulla di realmente alternativo in tema di lavoro, genere, economia, fisco, finanza, giustizia sociale, diritti sociali e anzi in alcuni casi addirittura peggiorando quanto in essere, si pensi come esempio non esaustivo l’abolizione dell’art.18.

 

 

Il rischio concreto è che LeU si avvii verso una medesima dinamica, magari più radicale ma altrettanto povera di contenuti e fattor ancor più grave il pericolo di un processo che non parta dalla base ma che venga calato dall’alto. I primi chiari segnali di questo rischio si sono riscontrati nella costruzione della leadership, nella composizione delle liste e nella campagna elettorale.

 

            A partire dall’inutile e fallimentare attesa di Pisapia e di un fantomatico “Campo Progressista” scioltosi come neve al sole, alla “investitura” di Grasso attraverso una assemblea-teatro, al ritardo con cui la lista di Liberi e Uguali si è presentata agli elettori senza precisi segnali di discontinuità con l'esperienza del Csx apparendo come una poco convincente variante ad un sistema politico ormai da superare nella coscienza collettiva del Paese, alla mancanza di un programma davvero innovativo, di sinistra, che avesse come punti forti la riduzione della forbice sociale con proposte forti ed impattanti sull’elettorato.

 

            Nella composizione delle liste si è poi scelta, a tutela dei gruppi parlamentari uscenti, una centralizzazione burocratica che per gli esiti finali ha generato sconcerto e delusione e che in molti casi, ha prodotto scelte verticistiche incomprensibili e non condivisibili come l’abuso delle pluricandidature, la più bassa rappresentanza parlamentare di genere e la totale assenza di ricambio generazionale.

 

            Ne si è cercato/trovato lo spazio per alcun percorso di partecipazione sostanziale, neanche per un coordinamento collegiale di militanti che potessero progettare ed organizzare attraverso candidature locali una campagna di rapporto sistematico con i territori che almeno avrebbe concorso a riattivare una rete di militanza dispersa. A partire dall’incapacità politica di raccordo con le donne e con i loro movimenti, ponendo ai margini  il protagonismo delle donne, la loro soggettività politica e sociale, il diritto di valutare la rappresentanza di genere.

 

Abbiamo parlato troppo del mondo che sta finendo, poco del mondo che verrà, per niente di come vorremmo che fosse; una scelta frutto di un evidente calcolo elettorale che puntava principalmente al recupero di consenso in uscita dal PD, analisi rivelatasi totalmente infondata: i voti usciti dal Partito Democratico sono confluiti nel M5s ed in buona parte e soprattutto al nord, alla Lega.

In buona sostanza ci siamo presentati come fossimo nati per svolgere una funzione suppletiva nei confronti di un Pd in perdita di consensi e con l’aggravante di essere privi di un rinnovamento generazionale.

 

Ad oggi non è possibile tracciare alcuna valutazione che sia oggettivamente divergente dall’ipotesi di un progetto politico, ridotto, in circa 6 mesi, a mera piattaforma logistica elettorale.

 

L’alibi dei tempi stretti è appunto solo un alibi soprattutto se quelle tendenze politiche di fondo rimangono e anzi si rafforzano.

 

Ripiegarsi, infatti oggi, nelle dinamiche postelettorali dell’attesa degli sviluppi in seno al PD e quindi della riarticolazione della rappresentanza politica istituzionale a sinistra, ci rende subalterni a quelle dinamiche e riduce la nostra capacità di iniziativa. Inoltre se si concretizzasse a nostro favore il passaggio di alcuni parlamentari PD in LeU, ciò darebbe un profilo ancor più basso al partito come un assembramento di pezzi di risulta delle dinamiche elettorali del PD, così come paiono di basso profilo politico strategico e in perfetta continuità con l’esperienza politica del PD, i frettolosi ammiccamenti alla partecipazione a governi tecnici, istituzionali o di responsabilità.

In questo schema nazionale, la lettura della pur positiva esperienza delle elezioni regionali del Lazio ci consegna un quadro di breve medio termine altrettanto preoccupante sia relativamente alla gestione politica di LeU che alla solidità di medio periodo della maggioranza.

La tenuta della giunta appare, infatti, legata ad un equilibrio generale del consiglio regionale estremamente instabile che rischia di essere un condizionamento insostenibile dell’azione politica e programmatica del centrosinistra.

Inoltre per LeU  vanno analizzati con attenzione i punti di difficoltà sia in relazione al risultato, che in relazione all’insediamento territoriale, che in relazione alla gestione della vicenda dell’assessore e alla futura gestione politica dell’assessorato. Punti su cui sarà necessario un approfondimento da condurre insieme a Daniele Ognibene e Claudio Di Berardino.

In questa cornice  perfino la vittoria nella Regione Lazio appare più come l’ultimo baluardo di un mondo che non c’è più che come il possibile punto da cui ripartire per tornare a vincere. Non sfuggirà, infatti, che quella vittoria, per giunta dimezzata dalla mancanza di una maggioranza in consiglio regionale, è dovuta a una congiuntura particolarmente favorevole (candidato presidente molto stimato, divisione nel centro destra) che difficilmente si potrà ripetere in caso di nuove elezioni a breve.

Un quadro di insieme a livello nazionale e territoriale che fornisce più elementi di preoccupazione che di ottimismo sia per LeU che per la sinistra in generale anche alla luce dei pesanti risultati delle elezioni regionali in Molise ed in Friuli Venezia Giulia, due regioni passate alla destra.

 

Eppure se guardiamo al contesto europeo, vediamo che la sinistra pur essendo raramente forza di governo non è tutta in crisi. In Gran Bretagna, Francia, Spagna, Portogallo e non solo, la sinistra ha saputo/provato a reinventarsi nelle forme e nei contenuti più diversi, spesso addirittura tra loro incoerenti, ma ha tentato di ridefinire la linea politica e reinsediarsi socialmente e comunque ha saputo tornare competitiva con una critica alla crisi delle politiche liberiste e dei loro interpreti.

E' pur vero che con la sola eccezione della Gran Bretagna non si trovano in queste esperienze analisi e soluzioni innovative del tempo contemporaneo e dei relativi processi produttivi, sociali e finanziari. Purtuttavia è percepibile la volontà di uscire dall'angolo in cui la storia sembra aver messo la sinistra.

 

In Italia, per avviare questa fase, bisogna innanzitutto avere il coraggio politico e programmatico di rimettere in discussione il reticolo del sistema delle rendite individuali e collettive sia politiche che economiche che domina e strangola il Paese e  soprattutto bisogna essere pronti a schierarsi al fianco di chi subisce quelle rendite.

Altrimenti è inutile parlare di popolo, periferie, lavoro.

 

 

            LeU è stata una esperienza sin qui deludente, anche perché la sensazione è che una parte del gruppo dirigente nazionale ci sia arrivata più per contrarietà e necessità che per convinzione, ma la realtà è che non abbiamo alternative a ripartire proprio da LeU e da un suo necessario allargamento (testimonianza della reale potenzialità elettorale è data da quel 1.100.000 voti di persone che hanno creduto a scatola chiusa all’idea di un progetto politico nuovo e di sinistra) e paiono veramente velleitarie e subalterne politicamente ipotesi di ulteriori nuovi partiti ancorati agli schemi dei vecchi Democratici di Sinistra che lasciammo esangui nel 2007 ancorati ad un misero 16% e in caduta verticale di consensi così come paiono velleitarie e politiciste  le preincoronazioni di leader di un nuovo nebuloso e pluriarticolato Csx.

 

            Abbiamo la necessità di riavviare immediatamente il percorso di costituzione di LeU in partito a partire dall’impegno assunto alla vigilia del voto dai dirigenti delle tre diverse organizzazioni politiche costituenti LeU:

 

“…….saremo promotori, insieme ad altre ed altri, di un processo largo e partecipato, inclusivo ed innovativo, un percorso democratico, mettendo insieme ciò che si è attivato ed organizzato. Più e meglio della somma di ciò che c’è. Per farlo, per farlo bene, occorrono coraggio, umiltà ed unità………”

 

adottando come  tesi fondamentale del nuovo partito il principio che:

 l'essenza della Democrazia e' nella Partecipazione popolare alle decisioni della politica e nel controllo sociale sulle istanze elettive e sulla gestione della cosa pubblica.”

 

Avviando, immediatamente, un processo largo e come si dice oggi “partecipativo”.

            Strutturare LeU a Roma, nell’Area metropolitana, nel Lazio, serve a costruire le condizioni oggettive per concorrere a definire una serie di punti programmatici, (peraltro in parte già delineati dal programma della lista), per avviare una fase, non breve, di consultazione popolare, eleggendo un’assemblea territoriale deliberante, democraticamente legittimata e votata dalle assemblee locali, che divenga il nucleo centrale del nuovo Partito, evitando il rischio di essere, invece e di nuovo, privi di senso e privi di contenuti condivisi con la società marginale alla politica; intendendo con questo termine tutte quelle persone che aspettano un cenno concreto dalla politica per offrire un contributo alla Politica stessa, siano esse le elités culturali cittadine, i ceti produttivi da recuperare alla politica come gli artigiani e il piccolo commercio, così come gli strati popolari organizzati intorno al lavoro, al volontariato, al civismo, al tempo libero.

 

Il primo tema da affrontare per ridare piena dignità alla politica è come separare, nel partito, la funzione amministrativa da quella politica, riportando il primato delle decisioni e delle elaborazioni nell’ambito dell’organizzazione partito.

Trenta anni di primato dell’amministrazione sulla politica hanno ridotto la politica alla gestione della amministrazione rinchiudendendola nel perimetro delle “compatibilità” economiche, politiche e sociali, consumando così la capacità elaborativa e di aggregazione sociale della sinistra politica italiana.

 

Per questo è necessario in questa fase di riuscire a coniugare operativamente Organizzazione, Elaborazione, Azione.

 

In tema di Organizzazione e Comunicazione è necessario costituire un gruppo di lavoro tematico che avvii la discussione sulla forma partito locale, sulla struttura organizzativa, sulla costruzione di rapporti con il mondo produttivo, sul sistema delle relazioni con l’associazionismo politico, culturale, civile; un luogo dove pensare un partito capace di costruire rapporti strutturali e organici con le sezioni territoriali e aziendali ma anche di costruire rapporti strutturali informali con pezzi della società che non hanno interesse ad essere coinvolti organicamente in un partito, magari attraverso un sistema di “consulte” dell’artigianato e del piccolo commercio al dettaglio, dei saperi, dei lavori non strutturati contrattualmente, delle professioni, coinvolgendo anche parti della rappresentanza civile/sociale come ad esempio il Coordinamento delle Periferie individuando elaborando e proponendo soluzioni ai problemi gravi ed inderogabili delle popolose periferie, abbandonate da una sinistra con una impostazione culturale liberal e benpensante come ben testimoniano i nuovi insediamenti elettorali del Pd e di LeU.

 

Una organizzazione-Partito in grado di riflettere e ragionare su come tornare ad intrecciare i bisogni reali delle persone con la proposta politica, su come modellarsi per rappresentare una società e un mondo del lavoro (dipendente, autonomo, professionale) ormai entrambi frammentati e individualizzati ma che trovano poi nell’autorganizzazione sui temi civici, sociali, assistenziali elementi di contraddizione e resistenza attiva.

 

Per farlo è necessario evitare inutili rincorse al passato, perché la struttura, l’organizzazione e la comunicazione di un Partito che opera in una società frammentata e individualista non possono essere  le stesse di un Partito che operava in una società collettiva e coesa anche perchè LeU non disporrà mai delle risorse economiche di cui disponevano quei partiti.

Un partito in cui tutte le posizioni di responsabilità devono essere di carattere elettivo ed è compito degli organi dirigenti selezionare i candidati alle elezioni evitando la deriva delle autocandidature e con una partecipazione attiva della base.

Il partito a cui pensiamo, deve essere un “partito strutturato”, un soggetto politico dove il livello di partecipazione dei propri iscritti alla costruzione delle decisioni è molto elevato per consentire la formazione del processo di mandato e il coinvolgimento politico dei cittadini in modo che a livello decisionale vengano presi realmente in considerazione bisogni e necessità dei ceti popolari e medi.

 

Anche in tema di Elaborazione è necessario avviare gruppi di lavoro su Lavoro, Welfare, Beni Comuni, Sanità, Servizi Pubblici Locali e Istruzione/Ricerca; partendo dalla consapevolezza che “il populismo” pur nell’ambito di soluzioni sbagliate segnala l’emergere di problemi reali o percepiti come reali dalle persone e a cui va data una risposta di sinistra.

Per questo è necessario proporre un nuovo punto di vista su questi temi, per contrastare la narrazione del reale di cui “il populismo” e il sistema economico finanziario globale hanno bisogno per vivere e affermarsi, basata su una società strutturata su legami deboli e individualizzata articolata in un sistema comunicativo complesso che utilizza il linguaggio come arma di riconversione di massa manipolando il significato delle parole e delle consuetudini sociali.

Ad esempio, nel campo dell’economia, crescita e sviluppo sono utilizzati come sinonimi di progresso sociale pur essendone solo una precondizione.

Mentre “il consumo” è progressivamente divenuto un’altra forma di lavoro e sfruttamento (anche minorile) che incessantemente dobbiamo svolgere a produttività crescente perché occorre riempire ogni attimo di tempo e ogni momento di vita di una quantità sempre maggiore di attività economiche, siano esse lavoro (la produttività da aumentare), consumo (che non deve fermarsi mai), produzione di dati (dover essere sempre connessi), con una rincorsa infinita alla eliminazione di quelli che per donne e uomini sarebbero i tempi di vita sociali legati alla loro compiuta autorealizzazione (riposo, riflessione, pensiero, conoscere, amare, socializzare).

 

 

Per questo è necessario cambiare il paradigma ideologico di riferimento della destra dominante da trenta anni, che alla fine degli anni ’80 ha posto “l’impresa e le sue esigenze al centro della società” piegando così ogni articolazione della società stessa e dell’azione pubblica al servizio esclusivo degli interessi imprenditoriali.

Questo vincolo ideologico ci consegna dopo 30 anni un Paese più povero, più diseguale, più precario, più individualista, arretrato tecnologicamente e socialmente, privo di innovazione produttiva e sociale diffusa.

Dobbiamo scardinare questo paradigma proponendone un altro su cui costruire l’alleanza sociale con il Paese, dobbiamo adottare come nuovo paradigma della sinistra che “al centro della società ci sono le persone e i loro processi di mobilita’ sociale, autorealizzazione ed emancipazione sociale”, proponendo al territorio una visione della politica come elemento di orientamento sui temi inesplorati e complessi del prossimo futuro, come sui temi presenti connessi alla mercificazione del lavoro e alla frantumazione dei diritti sociali.

 

Un partito in grado di innescare una riflessione collettiva sulla grande trasformazione digitale in corso nel Paese che cambierà non solo le modalità del lavoro ma anche e soprattutto il sistema delle relazioni sociali e - in assenza di efficaci politiche redistributive -  esaspererà i sistemi di accumulazione del capitale e quindi di concentrazione delle ricchezze che tenderanno sempre più a impoverire individui, welfare e servizi pubblici locali.

Una rivoluzione, quella digitale, che proseguirà - in assenza di controllo politico - l’opera di disarticolazione dei soggetti collettivi e del concetto di popolo e quindi dell’ interesse generale già in atto da trenta anni; un’opera di disorientamento di massa che cambierà anche attraverso la disarticolazione del linguaggio (popolo – cittadini – individui) il senso collettivo dell’appartenenza sociale e politica, trasformando il popolo sempre più verso la deriva della trasformazione in una moltitudine indistinta facilmente manipolabile.

In questa chiave di lettura della contemporaneità digitale, i “dati” debbono essere considerati come una sorta di materia prima, alla stregua del petrolio o del carbone, materia prima che può venire lavorata ed acquistare valore,  in un processo di “produzione immateriale” che apre le porte ad una nuova forma di “fabbrica capitalista”. Considerando i dati da questo punto di vista, ritroviamo di nuovo attori che parevano spariti: capitalisti ed operai, ma questo  pone il tema di come si difende un esercito industriale disseminato sul pianeta e tante volte nascosto, pone il tema della difficoltà ad affrontare la lotta per i diritti degli operai quando la fabbrica è “virtuale”.

 

            Sul tema lavoro la sinistra, deve rielaborare una teoria cogliendo del lavoro l’essenza contemporanea, rielaborando l’analisi su lavoro sociale e lavoro necessario, assumendo il lavoro e la partecipazione al progresso sociale della società come principale punto di recupero della funzione sociale collettiva e individuale del lavoro stesso. Una forza di sinistra deve assumere il lavoro come la sua principale battaglia perché tutti devono partecipare attraverso il lavoro all’attività di sviluppo socio-economico del Paese, per questo la richiesta della riduzione dell’orario di lavoro sotto le 30 ore per legge a parità di salario, ad una paga oraria minima inderogabile. Non è una questione di equilibrio economico complessivo, ne una questione meramente salariale, ma una questione che attiene alla ricomposizione del valore sociale contemporaneo del lavoro, alla partecipazione collettiva allo sviluppo socio-economico, alla dirompente entrata in scena, non tanto della robotica, quanto della intelligenza artificiale, alla rottura dei pilastri fondamentali del rapporto di lavoro classico.

            Non è un caso che proprio all’orario di lavoro è dedicato, oggi, il nuovo attacco da parte del capitale finanziario; le affermazioni del Ministro del Lavoro Poletti “….sulla necessità di retribuire le competenze anziché il tempo di lavoro….”  tendono a cancellare la misura oggettiva del lavoro e del salario data dal tempo di lavoro introducendo la piena discrezionalità della valutazione delle competenze e quindi delle relative retribuzioni, per poi intervenire, anche qui, con una manipolazione del significato delle parole confondendo artificiosamente il significato tra salario nominale (valore economico dello stipendio), salario reale (potere di acquisto relativo nel tempo) e salario relativo (quantità del plusvalore prodotto destinato al salario nominale). Il tentativo è di introdurre nuove e ulteriori forme di individualizzazione e frammentazione del lavoro e dissimulare la reale misura economica del lavoro nella discrezionalità imprenditoriale; in questa dimensione del problema strategico è “richiamare” il sindacato verso una azione di Ri-Socializzazione del lavoro e del lavoratore.

            Sul welfare, e in particolare sul dibattito in corso sui redditi di sostegno, c’è da chiarire che una sinistra vera non potrà mai appoggiare queste politiche di workfare (reddito di inclusione e/o reddito di cittadinanza). Il workfare è selettivo ed è una politica per controllare ed istituzionalizzare la povertà, introducendo elementi di sterilizzazione del conflitto sociale funzionali ad una distribuzione strutturalmente ineguale della ricchezza prodotta e mantenendo altrettanto strutturalmente un esercito di riserva del lavoro come elemento  permanente di contrasto ai conflitti sociali provenienti del lavoro. Allo stesso tempo il reddito di cittadinanza implica, per la continuità dell’erogazione, l’accettazione di un lavoro qual sia e a qual sia salario, introducendo quindi, un ulteriore elemento di segmentazione della forza lavoro e dell’abbassamento del valore globale dei salari. Il vero reddito (salario) minimo è quello già pagato oggi dalle imprese dopo trenta anni di corsa inarrestabile della massimizzazione del profitto collegata alla pressoché totale appropriazione, da parte degli imprenditori, degli incrementi di plusvalore realizzati attraverso la nuova organizzazione globale della produzione, delle tecnologie, del mercato del lavoro, dei diritti contrattuali.  Il welfare per sua natura deve essere universale, collettivo, sociale. Tutti danno a secondo delle loro possibilità per garantire un livello di vita decente alla collettività, e come è scritto nella Costituzione tutti hanno il diritto/dovere di partecipare a questo processo. Le stesse “politiche attive del lavoro” interpretate in modo liberista rappresentano solo una forma di ulteriore liberazione di costi da parte delle imprese e di drenaggio di risorse dal welfare.

 

 

            Sempre in tema di elaborazione è poi necessario strutturare nuove relazioni sociali per il Partito.

            Così come ci appare evidente che prima di andare “ad aprirsi” al territorio c’è bisogno di capire cosa dire al territorio stesso a partire da una definizione condivisa di Diritti Sociali e Beni Comuni.

 

Ciò è necessario in quanto, ad esempio, nella categoria Diritti Sociali confluiscono più ipotesi di perimetri, per cui sarebbe opportuno che nel tentativo di ricostruzione di una armatura di diritti sociali adottassimo come perimetro la seguente definizione: ” i diritti sociali sono quei diritti che trovano la loro giustificazione contemporaneamente nel principio di solidarietà e nell’eguaglianza sostanziale”.

Vale a dire che si tratta di diritti a prestazioni pubbliche (solidarietà) finalizzate ad evitare che una qualche circostanza materiale o esistenziale (salute, indigenza, disoccupazione, ecc.) impedisca il pieno sviluppo della persona umana e la sua partecipazione alla vita sociale su un piede di libertà ed eguaglianza (eguaglianza sostanziale). Questo è coerente, peraltro, con l’idea alquanto

diffusa che i diritti sociali siano funzionali ad assicurare la libertà attraverso lo Stato (Bobbio).

 

Analogo lavoro andrebbe fatto nei confronti dei Beni Comuni magari partendo dalla definizione assunta dalla Commissione Rodotà: “I beni comuni sono quei beni a consumo non rivale, ma esauribile, come i fiumi, i laghi, l’aria, i lidi, i parchi naturali, le foreste, i beni ambientali, la fauna selvatica, i beni culturali, etc. (compresi i diritti di immagine sui medesimi beni), i quali, a prescindere dalla loro appartenenza pubblica o privata, esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo delle persone e dei quali, perciò, la legge deve garantire in ogni caso la fruizione collettiva, diretta e da parte di tutti, anche in favore delle generazioni future”.

 

Poi dovremmo rivolgere una attenzione ai cambiamenti sociali ed economici della Città e del territorio.

Negli ultimi 20 anni la Città, le Persone, le Istituzioni, il Lavoro, i Bisogni sociali e individuali, infatti, sono profondamente cambiati  e sarebbe estremamente interessante ragionare collettivamente su come, ad esempio,  la riorganizzazione della politica locale possa tornare ad intrecciare bisogni, interessi, aspettative delle persone.

 

La composizione sociale di Roma e' molto cambiata dagli inizi degli anni '90, a partire dal lavoro, che ha sempre rappresentato lo zoccolo duro della nostra rappresentanza politica.

 

 La forte disoccupazione giovanile, la precarizzazione dei contratti e del reddito degli anni duemila, la progressiva disarticolazione del lavoro "protetto" e dei sistemi degli orari di lavoro e di vita, la crisi economica in corso da dieci anni, la crisi di interi settori come quelli del commercio e dell’edilizia, la crescita di nuovi bisogni sociali, l'ampliarsi dell'area del disagio e della marginalità sociale, hanno indotto una frammentazione degli interessi nella parte di blocco sociale a noi più vicino, che ha inciso sulla sua dimensione identitaria storica, determinando così la rottura dello schema consolidato della nostra rappresentanza politica che vedeva legati in una logica sequenziale “identità - interessi - rappresentanza politica".

 

I valori identitari che oggi determinano l’aggregazione delle persone, sono più spostati sulla sfera individuale (la salute, la crescita dei figli, la dimensione familiare, le tante solitudini, i problemi del proprio microterritorio di residenza, ambiente, hobby, solidarietà, volontariato, associazionismo civile), rispetto ad un passato in cui la centralità del valore identitario del lavoro era fondante e quasi esclusiva.

Per questo andrebbero individuati i principi e gli strumenti di una azione politica territoriale capace di “entrare” in queste dinamiche fornendo risposte aggregative solidaristiche in relazione ai bisogni emergenti anche in collaborazione con i Comitati di Quartiere soprattutto nelle periferie.

 

 Sarebbe estremamente interessante discutere di come il Partito territoriale possa svolgere vecchie e nuove funzioni di cerniera tra politiche generali e interventi locali;  di come le sezioni possano rappresentare la capacità del Partito di raccogliere ed elaborare le proposte di utilizzo e impiego delle risorse pubbliche economiche da offrire agli amministratori locali; di come si possano sviluppare nuovi sistemi di partecipazione sociale attiva e di formazione di nuovi dirigenti politici locali.

 

E’ possibile costruire il Partito politicamente e organizzativamente, ignorando o bypassando queste riflessioni?  E’ possibile riformare senza identità, senza un sistema valoriale certo, comune, condiviso e costruito nella dialettica democratica e nella condivisione delle soluzioni?

 

E’ poi evidente che LeU non può fermarsi unicamente a crogiolarsi nel perimetro della elaborazione e della costruzione organizzativa, l’instabilità politica a livello nazionale e regionale con il rischio a breve di nuove elezioni ci impongono una immediata riflessione sull’Azione.

E’ necessario “stare” nel conflitto sociale sia esso di natura locale, che municipale, che sindacale; vanno presidiati e alimentati i processi di socializzazione dei conflitti evitando che il partito si pieghi però verso radicalismi sterili e inutili o si adagi sull’idea di una sinistra minoritaria e di mera testimonianza; è necessario rilanciare e diffondere i punti qualificanti del nostro programma regionale; e’ necessario andare oggi, lontani da scadenze elettorali nei luoghi di lavoro in cui le crisi aziendali determinano disagi collettivi; davanti alle scuole e le università, nei mercati, nelle piazze è necessario denunciare anche con piccoli presidi le dinamiche di potere ed economiche delle guerre in corso.

Cgil Cisl Uil lanceranno a breve una vertenza Roma; LeU deve essere nella vertenza come soggetto attivo e proponente entrando soprattutto nel campo dei diritti sociali; così come nella vicenda Atac sottolineando che nel percorso del concordato, ammesso che vada bene, tutti i soggetti coinvolti pagheranno un prezzo, lavoratori, fornitori, utenti, Comune, Regione tutti meno i dirigenti intermedi e apicali di Atac, un blocco consolidato di potere che rimane stabile da più di venti anni senza che nessuno presenti mai il conto delle responsabilità di scelte sbagliate e su cui LeU dovrebbe far luce.

 

Organizzazione, Elaborazione, Azione sono gli impegni a cui chiamiamo tutte/i, perchè è necessario lavorare su LeU per il rilancio e l’allargamento dell’esperienza fin qui condotta, con l’obiettivo di proporre un nuovo punto di analisi e soluzioni adeguate evitando l’autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, la deriva politicista degli ultimi mesi e la subalternità ai processi interni al PD.

 

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