10 giugno 2015

LE PERIPEZIE DI UN IMMIGRATO PARTICOLARE

Ormai le cronache quotidiane sono piene delle notizie dei continui sbarchi di disperati sulle nostre coste.Ma finora non era mai successo che insieme agli uomini ci fossero anche dei gatti immigrati.Ed è proprio la disavventura di un gattino e della sua padroncina che Repubblica.it di ieri ci racconta.......con l'immancabile lieto fine a dimostrazione del gran cuore ,della sensibilità e del senso di accoglienza degli isolani di Lampedusa
Una lezione di umantà per  quei presidenti di regione che proprio in questi giorni più per calcolo politico che per convinzione stanno rifiutando l'accoglienza dei rifugiati nelle loro regioni.Imparino dalla povera grande gente di Lampedusa e riflettano sulle loro miserie.
D.F.


L'incredibile storia della gattina sbarcata a Lampedusa

L'incredibile storia della gattina sbarcata a Lampedusa
La gattina Lola
Sama, 24 anni, l'ha portata nascosta in una borsa fin dal Sudan, ma è caduta in preda all disperazione appena scesa dalla nave della Marina britannica: la gatta non poteva sbarcare. Alla fine l'isola dal cuore grande ha trovato una soluzione


LAMPEDUSA. Lola, poco meno di un anno, è la prima gattina nella storia dell'immigrazione dall'Africa alle coste italiane a raggiungere Lampedusa. Ha fatto il viaggio insieme alla sua padrona Sama, 24 anni, dal Sudan, fino alla Libia e poi si è imbarcata con altre 200 persone che sono state soccorse dal pattugliatore britannico "Protection" che ieri notte li ha sbarcati, sani e salvi, nel porto di Lampedusa. Sama ha vissuto con Lola sin dalla partenza dal suo paese in Sudan, è sfuggita ai controlli dei doganieri di vari paesi ed anche ai trafficanti di essere umani in Libia dove Sama e Lola hanno vissuto per oltre due mesi prima di essere trasferiti sul barcone che li avrebbe portati in Sicilia. L'ha tenuta nascosta in una borsa da viaggio dove Sama aveva praticato dei fori per farla respirare e quando ieri notte sono sbarcati a Lampedusa i militari inglesi e quelli italiani hanno scoperto che assieme agli altri migranti c'era anche Lola.

Tutto è venuto alla luce quando dal pattugliatore Protection sono cominciati a scendere sulla banchina di Lampedusa i primi migranti, prima le donne ed i bambini e poi gli uomini. Ed una volta a terra molti hanno ringraziato il cielo di essere arrivati in Italia, erano stanchi ma felici, tranne Sama che ha cominciato a gridare ed a disperarsi perché non voleva scendere dalla nave. "Voglio Lola, voglio Lola" gridava mentre alcuni suoi parenti cercavano di farla sbarcare. Ma Sama non voleva saperne e quasi a forza ha toccato terra dove ha continuato ad invocare il nome della sua gattina che era rimasta a bordo della nave per motivi sanitari.



Lampedusa, sbarco insieme al gatto: la fuga di Soma e Lola dal Sudan

 
Lola, tutta nera con il musino bianco, dopo essere sfuggita alle fatiche del lungo viaggio nel deserto, dal Sudan alla Libia e dalle grinfie dei trafficanti libici, quando era ormai salva ha rischiato di essere uccisa perché farla sbarcare insieme alla sua padrona Sama era quasi impossibile. Sarebbe stata sicuramente buttata in fondo al mare se non fossero intervenuti il sindaco di Lampedusa Giusy Nicolini, il medico dell'Isola, Pietro Bartolo ed alcuni operatori umanitari che hanno cercato una via d'uscita per evitare la morte di Lola e la definitiva separazione dalla sua padrona Sama. "E' la prima volta che accade una cosa del genere, la prima volta che una gattina raggiunge Lampedusa dalle coste libiche e per legge non potrebbe essere sbarcata per motivi sanitari. Non sappiamo se Lola ha delle malattie che potrebbero essere contagiose, ma alla fine l'abbiamo salvata, la soluzione l'abbiamo trovata". Lola adesso è in "quarantena", affidata alle cure di un'associazione animalista, "Nova Dog" diretta da una giovane lampedusana, Eletta, che dovrà accudirla e tenerla in isolamento lontano dagli altri animali fino a quando da Palermo non arriveranno i veterinari per procedere agli esami di rito ed alle vaccinazioni. La sua padroncina Sama è salita sul pulman che dalla banchina l'ha poi trasferita al centro d'accoglienza soltanto quando ha avuto rassicurazioni che la sua Lola non sarebbe stata uccisa e che prima o poi avrebbe potuto nuovamente riabbracciarla. E tra le lacrime, ma felice, ha raggiunto il centro d' accoglienza dove però non ha dormito per tutta la notte. "Chiedeva in continuazione di Lola, non riusciva a capire perché li avevano separati, l'abbiamo rassicurata e stamattina non voleva andare via dal Centro d' accoglienza per essere trasferita in un altro centro di Agrigento per poi raggiungere Crotone dove da alcuni mesi si trovano suo padre ed altri parenti", racconta una operatrice del centro di accoglienza alla quale Sama ha detto che in tutti questi mesi l'unico conforto che ha avuto nella sua odissea, nel lungo viaggio dal Sudan fino alla Libia e poi nelle prigioni dei trafficanti, è stata la sua Lola.

E adesso cosa accadrà? Lola, rassicura il sindaco Giusy Nicolini ed il medico del poliambulatorio dell'isola Pietro Bartolo, appena supererà le visite dei veterinari, sarà consegnata alla sua padroncina ovunque si troverà. "E' un impegno che abbiamo preso con Sama - afferma Giusy Nicolini - e lo manterremo". La storia di Lola è ormai diventata argomento di discussione in tutta l'isola, tutti vogliono vederla e proteggerla, offrono da mangiare vorrebbero adottarla. Ma Lola, finita la quarantena, sarà riconsegnata a Sama.



9 giugno 2015

MAFIA CAPITALE, MERCOLEDÌ 10 GIUGNO A SS.APOSTOLI



MAFIA CAPITALE LADRI
 

Si muove la CGIL,(e chi se non altri?),chiamando a raccolta le sue donne e i suoi uomini per una fiaccolata contro MAFIA CAPITALE.La parte sana della città deve reagire ai continui arresti che la Procura romana emette nei confronti della classe politica e non solo che governa e amministra Roma.Un'altra Roma è possibile ma il cancro deve essere estirpato dalla radice e non solo intervenendo con un ricambio della classe politica e con un auspicato commissariamento del Comune di Roma ma sopratttutto attraverso un ridisegno delle procedure  ammministrative e un ricambio delle funzioni dei responsabili amministrativi del Comune che troppo spesso hanno confuso la loro funzione di servizio nei confronti della comunità con quella di un potere esercitato in chiave personale  e per gli amici degli amici.
Inoltre sarebbe auspicabile una volta per tutte l'applicazione di un vero e proprio decentramento amministrativo ai Municipi,totale e non elargito a goccie come è stato fino adesso.E' impensabile che Municipi,che per dimensioni ed abitanti,sono assimilabili a medie città italiane,dipendano dalla burocrazia dei funzionari dei Dipartimenti,che non cedono di un millimetro per non perdere potere.Un vero decentramento amministrativo con capacità esattiva per autofinanziare le proprie attività e con poteri a tutto tondo per una più efficiente ed efficace  amministrazione del terrritorio e dei bisogni dei suoi cittadini.
Domenico Fischetto

MAFIA CAPITALE, MERCOLEDÌ 10 GIUGNO A SS.APOSTOLI


In seguito agli ultimi avvenimenti che stanno investendo la politica romana, invitiamo la cittadinanza, i lavoratori, i pensionati, i giovani a partecipare alla fiaccolata che stiamo organizzando e che si terrà


mercoledì 10 giugno alle ore 17.30

in piazza Santi Apostoli


Una fiaccolata contro le mafie, per la legalità

e la rigenerazione delle classi dirigenti della nostra città.






Il Marnetto Quotidiano:GLI SCAFISTI LEGHISTI

da libertà e giustizia

Scafisti Leghisti Gli scafisti della Lega imbarcano elettori in fuga dalla lucidità, spinti da paura, razzismo e insicurezza sociale, per portarli nell'enclave verde, dove le felpe dei felpati e le ruspe dei ruspanti respingono l'estraneo.
Per ogni viaggio dell'ignoranza si fanno pagare in voti. E così accumulano fortune immense di consenso.

Sbarcano in continuazione i clandestini della democrazia, i fuggiaschi dalla Costituzione, gli apostati del Cristianesimo dell'accoglienza, gli strabici che osannano Francesco e rifiutano il bisognoso.

Sì, siamo invasi.
Non da migranti fuggiti
Ma da italiani abbrutiti.

Massimo Marnetto

8 giugno 2015

PIAZZALE DEL VERANO:PETIZIONE PER NUOVE STRISCE PEDONALI

A volte sono le cose semplici che, a bassissimo costo,  possono migliorare la qualità della vita e soprattutto aumentare la sicurezza .E' il caso di questa petizione lanciata da Filippo Lioy su change.org che richiede il disegno di nuove  strisce pedonali sul piazzale del Verano,che spesso si trasforma in una vera e propria pista da autodromo mettendo in serio pericolo chi tenti l'attraversamento.
Invitiamo i nostri lettori a sottoscriverla.Questo è il link



https://www.change.org/p/amministrazione-2-municipio-passaggio-pedonale-piazzale-del-verano-un-semplice-provvedimento-che-il-2-municipio-pu%C3%B2-facilmente-adottare-si-sente-l-esigenza-di-un-passaggio-pedonale-al-centro-del-piazzale-del-verano?

D.F.

Un semplice provvedimento che il 2. Municipio può facilmente adottare: si sente l'esigenza di un passaggio pedonale al centro del Piazzale del Verano

Tutti lo avranno notato: attraversare dalla fermata dell'autobus, lato Cimitero, verso la fermata centrale del tram, è estremamente pericoloso, così com' é ora, senza strisce.

Basta una striscia pedonale, meglio ancora con un dare precedenza prima, al centro, come da illustrazione.
E' possibile ? Grazie
Lettera a
Amministrazione 2. Municipio - Passaggio pedonale Piazzale del Verano
Un semplice provvedimento che il 2. Municipio può facilmente adottare: si sente l'esigenza di un passaggio pedonale al centro del Piazzale del Verano

COALIZIONE SOCIALE

 
 
 
Mafia capitale, Rodotà attacca Renzi: ‘Garantismo ipocrita da Prima repubblica’
 
 
Alcune perle di Rodotà nel suo intervento a Via Frentani
all'incontro sulla Coalizione sociale promosso ieri 6 giugno da Landini.
G.C.M.
 
Il dato significativo e inquietante delle ultime elezioni è stato l'assenteismo, perchè è perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nelle forze politiche, nei loro comportamenti.
Mafia Capitale non è semplice fenomeno di corruzione criminale, è disgregazione dello Stato, oligarchia politica e degenerazione burocratica.
Non è il reddito minimo di cittadinanza a essere una forma di assistenzialismo, come ha dichiarato ieri Renzi, ma è assistenzialismo quello che il suo governo, con il jobs act, ha fatto e fa nei confronti delle imprese.
Renzi , nel rapporto tra politica e magistratura, si dichiara garantista, ma il suo è garantismo peloso e ipocrita, di derivazione Prima Repubblica. I politici e i servitori dello Stato devono rispettare quello che dice l'articolo 54 della Costituzione, e cioé adempiere alle loro funzioni con disciplina e onore.
Renzi, che si direbbe pienamente d'accordo con la Tathcher nel ritenere che la società non esista,  è contrario non solo ai corpi intermedi e al sindacato, che teme e attacca perché non vuole voci di contrasto e dissenso,  ma è del tutto ostile a qualsiasi forma di movimentismo,quando invece la democrazia si salva se sprigiona tutta la creatività sociale attraverso l'impegno di gruppi, comitati, associazioni, movimenti.
Siamo oggi arrivati a un punto tale che c'è bisogno urgente di ricostruire l'etica civile e pubblica. Oggi c'è più da temere dai poteri leciti che non da quelli illeciti. E' in discussione la democrazia, la si vuole senza popolo e senza società, la si pretende decidente quando in realtà si punta a imporne una autoritaria.
Bisogna rimettere al centro i diritti sociali e i beni comuni: lavoro,  istruzione, salute, città, ambiente.
Quella della Coalizione sociale è una sfida e una scommessa oggi necessaria che dobbiamo raccogliere e vincere. E ricordiamoci che anche Marx usava spesso e riteneva necessaria la parola coalizione, facendola però sempre derivare da confronto, conflitto e perfino  collisione.
Rodotà ha concluso citando i versi di quella canzone storica delle mondine in lotta: sebben che siamo donne paura non abbiamo, perché abbiamo delle belle e buone lingue e in lega ci mettiamo. Non dobbiamo cioè tacere per paura, dobbiamo parlare e denunciare e farlo insieme, perché solo così mettiamo in campo la forza determinante della maggioranza oggi  nei suoi bisogni e diritti oppressa.

7 giugno 2015

I racconti di Tre Righe :JONATHAN di Giuseppalfonso Mascolo

 
 
 
 
La tangenziale scorre veloce tra i palazzi romani degli anni sessanta ma sembra quasi rallentare quando arriva nei pressi della stazione ferroviaria Tiburtina, come per osservare il lento movimento dei treni in arrivo ed in partenza.
Di fronte al vecchio edificio, un piazzale senza pretese, afflitto da auto parcheggiate in modo disordinato e da autobus nervosi, spettatore distratto di persone che appaiono e scompaiono velocemente per tutta l’intera giornata.
Ognuno con una realtà diversa, un lavoro, un dramma, una gioia, ma tutti inesorabilmente attori sul palcoscenico della vita.
Lui no, appoggiato alla ringhiera dell’ingresso della metropolitana, sembrava non appartenere a quella realtà urbana in cui invece sopravviveva da circa dieci anni.
Infermiere, figlio unico di contadini in un paese vicino Rovigo, dopo aver perso la moglie a causa di una lunghissima malattia che l’aveva portato nel vano tentativo di salvarla in molte città della penisola, senza più soldi, sfinito, aveva deciso di mollare…, definitivamente…..tutto.
Anche Chiara, la figlia ventenne, che di fronte alla sua inspiegabile ed improvvisa scomparsa era stata cresciuta ed aiutata da una zia della madre, come una preziosa testimonianza di una solidarietà dalle radici profonde e contadine, aveva dovuto capire.
Lui aveva tentato di riprendersi, accettando alcuni lavoretti senza fortuna, ma alla fine si era arreso alla dura legge della strada, con i suoi rimorsi e le sue paure, incapace di reagire alla impossibilità di continuare a vivere una vita normale.
L’aspetto robusto, coniugato ad una simpatia che traspariva ormai raramente da una faccia buona, incorniciata da una barba folta ed ispida, lo aveva fatto accettare in quel mondo di disperati che si muoveva silenziosamente ai margini dell’indifferenza di una città come Roma.
Con le buste di plastica colorate piene di pochi vestiti, di qualche scarpa, di piccoli oggetti inutili raccolti nei cassonetti, si spostava da una mensa gratuita ad un’altra, ormai soltanto con la dignità di chi è consapevole di poter chiedere solo la carità.
La madre lo aveva chiamato Giovanni, per via di quel lontano zio toscano, le cui origini benestanti oltre ad una spiccata simpatia per quel bambino così vivace ma povero, avevano fatto intravedere un futuro diverso, come un possibile inserimento nell’elenco virtuale dei parenti più fortunati.
Ma la morte improvvisa per un incidente in campagna dello zio e l’eredità dirottata velocemente verso una giovane donna del paese avevano confermato il destino del ragazzo.
I compagni di strada lo cercavano spesso perché nonostante il carattere scontroso aveva una voce bellissima che raccontava in quelle fredde ed interminabili giornate d’inverno, lunghe storie fantastiche che lo avevano reso famoso nella città fantasma.
Spesso sognava anche lui, quando gironzolando in Prati osservava assorto ma divertito le evoluzioni dei gabbiani, che la fame aveva costretti ad una risalita del Tevere e ad una aberrante ricerca di cibo nei cassonetti dell’immondizia metropolitana.
Sorrideva pensando che anche loro erano sempre affamati, ma l’eleganza dei loro movimenti aerei a ridosso del volgare traffico cittadino e la capacità di spostarsi velocemente, li rendeva ai suoi occhi il simbolo di quella libertà che lui non aveva.
E così, secondo modalità e rituali inspiegabili, i suoi compagni lo avevano affettuosamente soprannominato Jonathan, come quel gabbiano famoso.
Spesso per raggiungere Santa Maria in Trastevere attraversava con il suo bagaglio di cose inutili quasi tutta Roma, con passi lenti e misurati che scandivano la sua assoluta indifferenza al trascorrere del tempo, testimone implacabile delle contraddizioni di quella società che lo aveva inesorabilmente emarginato.
Nelle notti d’inverno, sotto i ponti della tangenziale mentre si arrotolava in un giaciglio di cartoni, vecchie coperte e si lacerava ossessionato dai rimorsi che non lo abbandonavano mai insieme al freddo gelido e pungente, si processava per quell’ abbandono scellerato di Chiara, per non averla vista crescere, per non aver potuto sentire i suoi racconti, per non aver condiviso con lei quel dolore immenso che, piccola e sola, abbandonata da un padre impazzito, aveva sicuramente provato, imparando così a conoscere duramente la cruda realtà del giorno dopo.
Il rimorso, compagno inseparabile di tante notti, non lo lasciava mai, la mattina, la sera, l’estate, l’inverno.
Non riusciva ad allontanare le sue colpe se non con una stanchezza fisica, inseguita tutti i giorni, per costringersi, stremato, a qualche ora di sonno disperato.
Nelle interminabili giornate trascorse a rovistare nella spazzatura dei ristoranti o dei bar più affollati, aveva gioito nello scoprire panini ancora intatti o smozzicati, o frutta dall’aspetto indecente che gli avrebbero però consentito di trascorrere indenne un altro giorno, e poi un altro, ed un altro ancora.
Quel pomeriggio a piazza Argentina non si era accorto che il giovane straniero che alla guida di uno scooter aveva scippato una donna anziana e la stava trascinando perché lei non voleva lasciare la borsa con i suoi pochi soldi, aveva un complice.
In un attimo, Giovanni, spinto da una dignità dimenticata dopo anni di soprusi, dileggi e mortificazioni, aveva attraversato di corsa la strada ed aveva colpito il guidatore dello scooter con la violenza dell’incoscienza e delle sue buste colorate.
Mentre l’anziana, malconcia e riversa sull’asfalto, era in attesa dei soccorsi, il complice, avvicinatosi furtivamente a Giovanni, lo aveva colpito due volte al fianco con un coltello, facendolo stramazzare in un lago di sangue con un’imprecazione di dolorosa sorpresa.
Urla, sirene, tante facce curiose che guardavano Giovanni che ad occhi chiusi sorrideva al pensiero di poter rincontrare finalmente la moglie dopo tanto tempo…, finalmente!
Buio, tanto buio, dolore, rassegnazione, perché anche questa volta Giovanni aveva fallito, non era riuscito ad incontrare la moglie.
Le ferite non erano state profonde, l’ambulanza era stata veloce, il traffico compiacente e Giovanni era stato salvato.
Sdraiato in un letto bianco, lavato, pulito e sbarbato, faticava a riconoscersi, a ricordare quel volto come il suo.
I medici, le infermiere, i parenti dei malati dell’ospedale Santo Spirito, avevano raccolto un po’ di soldi, alcuni vestiti, e tanto cibo per quel barbone eroe che aveva salvato la donna dallo scippo.
Anche i giornali si erano dilungati sul suo atto eroico e molti giornalisti avevano tentato di forzare senza riuscirci, quell’impenetrabile muro di tenera riservatezza che l’ospedale aveva eretto intorno a Giovanni.
Era guarito, aveva ringraziato tutti, ed era ancora più felice perché aveva ritrovato le sue buste colorate.
Era pronto.
Quando si era affacciato al portone dell’ingresso, davanti ad un Lungotevere assediato dal traffico, il sole aveva ripreso a splendere dopo tanta pioggia, quasi per unirsi al coro di saluti che l’intero ospedale stava offrendo silenziosamente a Giovanni, come testimonianza di un grande affetto.
Un piccolo cenno della testa per ringraziare, poi lentamente si era incamminato verso via della Conciliazione quando una voce femminile, inizialmente rotta dall’emozione ma poi sempre più forte lo aveva chiamato per nome: “Giovanni, Giovanni!”.
Incredulo e quasi infastidito, Giovanni si era girato con calma, scorgendo una donna elegante, dai capelli rossi, esile ma decisa, che aveva continuato a chiamarlo per nome.
“Sono Chiara!” gli aveva urlato la donna piangendo, “Sono tua figlia, ti ricordi di me?”.
E Giovanni era impazzito dalla gioia.
“Chiara, la mia Chiara? Non era possibile!”
Paralizzato dall’emozione era caduto in ginocchio mentre la figlia che le era corsa incontro, lo abbracciava piangendo, baciandolo teneramente con l’amore di chi non ha più l’ansia di ritrovare un affetto.
Intorno ai due si era radunata una piccola folla, ingrossata dai medici, dagli infermieri, da alcuni degenti che, raggiunti dalla notizia di Giovanni, si erano riversati sul Lungotevere per festeggiarlo, mentre il traffico, il solito traffico romano, bloccato da quella scena insolita ma struggente, silenziosamente aveva ripreso a scorrere, quasi solidale, per non infastidire quell’attimo d’ amore ritrovato, .
Il Tevere, sornione, proseguiva la sua lenta corsa come ogni giorno mentre a Ponte Rotto offriva ad un barbone intento a pescare, solo una scatola di plastica sporca.
In alto, tra i palazzi eleganti di Prati, i gabbiani si inseguivano stridendo.

Recensione film:LOUISIANA di Luigi Minervini





Un altro sogno americano?

 
Locandina Louisiana (The Other Side)
 
Louisiana (The Other Side) è un film a dir poco impegnativo dove il regista ci presenta due realtà entrambe inquietanti. La prima, onestamente un po’ troppo lunga, è uno squarcio su un mondo di squallore e povertà dove tutti “si fanno” di crack, di metanfetamina, di eroina e quant’altro nell’incapacità di affrontare un modo di solitudini e di giornate senza senso. Mark, un giovane che produce e vende anfetamine, è appena uscito dalla galera  e deve affrontare la morte del fratello, la malattia della madre, aiutare materialmente la sorella e contenere l’esuberanza di Lisa sua compagna. Un uomo fragile, a suo modo anche generoso e attento agli altri, ma che le droghe hanno reso incapace a reagire arrivando a desiderare di tornare in prigione per disintossicarsi e poter ricominciare da capo. Nel gruppo di disadattati anche lo zio Jimmy settantenne, un reduce probabilmente del Vietnam che, dopo aver vissuto di tutto, trova conforto solo nell’alcool sognando una presidente donna che si prenda cura di tutti i veterani.  West Monroe in Louisiana è il teatro di questo scenario ma poteva essere in qualsiasi luogo «…anche a Ostia» commentava la mia compagna di cinema. La seconda realtà messa in luce da Minervini è prettamente americana, una volta si diceva un vero apple-pie. Sono mostrati l’uso e l’abuso delle armi e i raduni fascisti di una sorta di paranoici guidati da ex combattenti delle forze speciali, che con l’idea di proteggere le proprie famiglie organizzano degli addestramenti bellici con cadenza quindicinale nelle zone paludose della Louisiana. In contemporanea, in occasione della festa del 4 luglio, si consumano giochi e riti volgari e goliardici negli acquitrini.
Un regista sensibile e attento che ha realizzato un docufilm, probabilmente con poca spesa ma con molto coraggio. La sua ricerca può essere considerata etno-antropologica e vuole rappresentare l'altra faccia del sogno americano. Il film-documentario Louisiana (The Other Side) ha rappresentato l’Italia nella sezione Un Certain Regard alla 68esima edizione del Festival di Cannes, dove è stato accolto con grande entusiasmo dalla critica internazionale.
 
Ghisi Grütter