7 giugno 2015

I racconti di Tre Righe :JONATHAN di Giuseppalfonso Mascolo

 
 
 
 
La tangenziale scorre veloce tra i palazzi romani degli anni sessanta ma sembra quasi rallentare quando arriva nei pressi della stazione ferroviaria Tiburtina, come per osservare il lento movimento dei treni in arrivo ed in partenza.
Di fronte al vecchio edificio, un piazzale senza pretese, afflitto da auto parcheggiate in modo disordinato e da autobus nervosi, spettatore distratto di persone che appaiono e scompaiono velocemente per tutta l’intera giornata.
Ognuno con una realtà diversa, un lavoro, un dramma, una gioia, ma tutti inesorabilmente attori sul palcoscenico della vita.
Lui no, appoggiato alla ringhiera dell’ingresso della metropolitana, sembrava non appartenere a quella realtà urbana in cui invece sopravviveva da circa dieci anni.
Infermiere, figlio unico di contadini in un paese vicino Rovigo, dopo aver perso la moglie a causa di una lunghissima malattia che l’aveva portato nel vano tentativo di salvarla in molte città della penisola, senza più soldi, sfinito, aveva deciso di mollare…, definitivamente…..tutto.
Anche Chiara, la figlia ventenne, che di fronte alla sua inspiegabile ed improvvisa scomparsa era stata cresciuta ed aiutata da una zia della madre, come una preziosa testimonianza di una solidarietà dalle radici profonde e contadine, aveva dovuto capire.
Lui aveva tentato di riprendersi, accettando alcuni lavoretti senza fortuna, ma alla fine si era arreso alla dura legge della strada, con i suoi rimorsi e le sue paure, incapace di reagire alla impossibilità di continuare a vivere una vita normale.
L’aspetto robusto, coniugato ad una simpatia che traspariva ormai raramente da una faccia buona, incorniciata da una barba folta ed ispida, lo aveva fatto accettare in quel mondo di disperati che si muoveva silenziosamente ai margini dell’indifferenza di una città come Roma.
Con le buste di plastica colorate piene di pochi vestiti, di qualche scarpa, di piccoli oggetti inutili raccolti nei cassonetti, si spostava da una mensa gratuita ad un’altra, ormai soltanto con la dignità di chi è consapevole di poter chiedere solo la carità.
La madre lo aveva chiamato Giovanni, per via di quel lontano zio toscano, le cui origini benestanti oltre ad una spiccata simpatia per quel bambino così vivace ma povero, avevano fatto intravedere un futuro diverso, come un possibile inserimento nell’elenco virtuale dei parenti più fortunati.
Ma la morte improvvisa per un incidente in campagna dello zio e l’eredità dirottata velocemente verso una giovane donna del paese avevano confermato il destino del ragazzo.
I compagni di strada lo cercavano spesso perché nonostante il carattere scontroso aveva una voce bellissima che raccontava in quelle fredde ed interminabili giornate d’inverno, lunghe storie fantastiche che lo avevano reso famoso nella città fantasma.
Spesso sognava anche lui, quando gironzolando in Prati osservava assorto ma divertito le evoluzioni dei gabbiani, che la fame aveva costretti ad una risalita del Tevere e ad una aberrante ricerca di cibo nei cassonetti dell’immondizia metropolitana.
Sorrideva pensando che anche loro erano sempre affamati, ma l’eleganza dei loro movimenti aerei a ridosso del volgare traffico cittadino e la capacità di spostarsi velocemente, li rendeva ai suoi occhi il simbolo di quella libertà che lui non aveva.
E così, secondo modalità e rituali inspiegabili, i suoi compagni lo avevano affettuosamente soprannominato Jonathan, come quel gabbiano famoso.
Spesso per raggiungere Santa Maria in Trastevere attraversava con il suo bagaglio di cose inutili quasi tutta Roma, con passi lenti e misurati che scandivano la sua assoluta indifferenza al trascorrere del tempo, testimone implacabile delle contraddizioni di quella società che lo aveva inesorabilmente emarginato.
Nelle notti d’inverno, sotto i ponti della tangenziale mentre si arrotolava in un giaciglio di cartoni, vecchie coperte e si lacerava ossessionato dai rimorsi che non lo abbandonavano mai insieme al freddo gelido e pungente, si processava per quell’ abbandono scellerato di Chiara, per non averla vista crescere, per non aver potuto sentire i suoi racconti, per non aver condiviso con lei quel dolore immenso che, piccola e sola, abbandonata da un padre impazzito, aveva sicuramente provato, imparando così a conoscere duramente la cruda realtà del giorno dopo.
Il rimorso, compagno inseparabile di tante notti, non lo lasciava mai, la mattina, la sera, l’estate, l’inverno.
Non riusciva ad allontanare le sue colpe se non con una stanchezza fisica, inseguita tutti i giorni, per costringersi, stremato, a qualche ora di sonno disperato.
Nelle interminabili giornate trascorse a rovistare nella spazzatura dei ristoranti o dei bar più affollati, aveva gioito nello scoprire panini ancora intatti o smozzicati, o frutta dall’aspetto indecente che gli avrebbero però consentito di trascorrere indenne un altro giorno, e poi un altro, ed un altro ancora.
Quel pomeriggio a piazza Argentina non si era accorto che il giovane straniero che alla guida di uno scooter aveva scippato una donna anziana e la stava trascinando perché lei non voleva lasciare la borsa con i suoi pochi soldi, aveva un complice.
In un attimo, Giovanni, spinto da una dignità dimenticata dopo anni di soprusi, dileggi e mortificazioni, aveva attraversato di corsa la strada ed aveva colpito il guidatore dello scooter con la violenza dell’incoscienza e delle sue buste colorate.
Mentre l’anziana, malconcia e riversa sull’asfalto, era in attesa dei soccorsi, il complice, avvicinatosi furtivamente a Giovanni, lo aveva colpito due volte al fianco con un coltello, facendolo stramazzare in un lago di sangue con un’imprecazione di dolorosa sorpresa.
Urla, sirene, tante facce curiose che guardavano Giovanni che ad occhi chiusi sorrideva al pensiero di poter rincontrare finalmente la moglie dopo tanto tempo…, finalmente!
Buio, tanto buio, dolore, rassegnazione, perché anche questa volta Giovanni aveva fallito, non era riuscito ad incontrare la moglie.
Le ferite non erano state profonde, l’ambulanza era stata veloce, il traffico compiacente e Giovanni era stato salvato.
Sdraiato in un letto bianco, lavato, pulito e sbarbato, faticava a riconoscersi, a ricordare quel volto come il suo.
I medici, le infermiere, i parenti dei malati dell’ospedale Santo Spirito, avevano raccolto un po’ di soldi, alcuni vestiti, e tanto cibo per quel barbone eroe che aveva salvato la donna dallo scippo.
Anche i giornali si erano dilungati sul suo atto eroico e molti giornalisti avevano tentato di forzare senza riuscirci, quell’impenetrabile muro di tenera riservatezza che l’ospedale aveva eretto intorno a Giovanni.
Era guarito, aveva ringraziato tutti, ed era ancora più felice perché aveva ritrovato le sue buste colorate.
Era pronto.
Quando si era affacciato al portone dell’ingresso, davanti ad un Lungotevere assediato dal traffico, il sole aveva ripreso a splendere dopo tanta pioggia, quasi per unirsi al coro di saluti che l’intero ospedale stava offrendo silenziosamente a Giovanni, come testimonianza di un grande affetto.
Un piccolo cenno della testa per ringraziare, poi lentamente si era incamminato verso via della Conciliazione quando una voce femminile, inizialmente rotta dall’emozione ma poi sempre più forte lo aveva chiamato per nome: “Giovanni, Giovanni!”.
Incredulo e quasi infastidito, Giovanni si era girato con calma, scorgendo una donna elegante, dai capelli rossi, esile ma decisa, che aveva continuato a chiamarlo per nome.
“Sono Chiara!” gli aveva urlato la donna piangendo, “Sono tua figlia, ti ricordi di me?”.
E Giovanni era impazzito dalla gioia.
“Chiara, la mia Chiara? Non era possibile!”
Paralizzato dall’emozione era caduto in ginocchio mentre la figlia che le era corsa incontro, lo abbracciava piangendo, baciandolo teneramente con l’amore di chi non ha più l’ansia di ritrovare un affetto.
Intorno ai due si era radunata una piccola folla, ingrossata dai medici, dagli infermieri, da alcuni degenti che, raggiunti dalla notizia di Giovanni, si erano riversati sul Lungotevere per festeggiarlo, mentre il traffico, il solito traffico romano, bloccato da quella scena insolita ma struggente, silenziosamente aveva ripreso a scorrere, quasi solidale, per non infastidire quell’attimo d’ amore ritrovato, .
Il Tevere, sornione, proseguiva la sua lenta corsa come ogni giorno mentre a Ponte Rotto offriva ad un barbone intento a pescare, solo una scatola di plastica sporca.
In alto, tra i palazzi eleganti di Prati, i gabbiani si inseguivano stridendo.

2 commenti:

  1. Racconto, storia, verità, chissà. Certamente triste, molto. Ma anche infine consolante. Buona giornata.

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  2. Molto efficace e toccante, cose e sentimenti descritti con la giusta intensità fino a colpire il cuore. Anche la disperazione può avere un riscatto, ce la possiamo fare. Un grazie sentito all'autore.

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