
Analisi
del testo, delle sue prospettive, di quello che c’è e di quello che
manca. Delle speranze che suscita, e dei nodi irrisolti. 1. La
premessa; 2. Confermato l’obiettivo +2°, anzi di più; 3. La quantità di
emissioni di gas serra; 4. Obiettivi nazionali sulle emissioni più
ambiziosi; 5. Il fattore tempo: o subito o sarà tardi; 6. Sostegno ai
paesi in via di sviluppo; 7. Non solo mitigazione, anche adattamento; 8.
La sfida si vince insieme; 9. Le omissioni più evidenti; 10.
Conclusioni
1.La premessa
Come è noto, nella
21° Conferenza COP21, che ha riunito a Parigi quasi 200 stati, membri
della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici dell’ONU – UNFCCC, è
stato raggiunto un Accordo globale sul clima. L’Accordo è composto da
una premessa, 140 punti e 29 articoli. La ratifica formale dei singoli
stati dovrà essere depositata auspicabilmente entro il 22 aprile 2016
quando vi sarà la cerimonia ufficiale dell’Accordo presso le Nazioni
Unite. L’Accordo sarà formalmente in vigore trenta giorni dopo che
almeno gli stati rappresentanti il 55% del totale delle emissioni di gas
serra avranno depositato le firme (Art. 21). Per quanto riguarda la
riduzione delle emissioni, diventerà operativo solo a partire dal 2020,
anche se, come vedremo, sono previste azioni già nel quadriennio
2016-2020.
Nel testo la Parti “riconoscono che i cambiamenti
climatici rappresentano una urgente e potenzialmente irreversibile
minaccia per l’umanità e per il pianeta. Riconoscono altresì che una
profonda riduzione delle emissioni di gas serra è richiesta al fine di
raggiungere gli obiettivi dell’Accordo e sottolineano la necessità
dell’urgenza nella lotta ai cambiamenti climatici.”
È una
premessa importante, se si considera la serie di falliti tentativi, di
mancate sottoscrizioni di accordi, avvenute dopo la prima conferenza di
Rio del 1992. Con il risultato che, da allora ad oggi, le emissioni di
gas serra sono aumentate del 48%, nel disinteresse di molti governi, a
iniziare da quello USA al tempo di Bush. La Cina, dal 1992, ha
addirittura aumentato le sue emissioni del 240%.
Questa volta
l’Accordo di Parigi è stato sottoscritto anche dai paesi più
inquinatori, e perciò in molti lo hanno definito “storico”. Suscita
molte speranze, ma non mancano le omissioni e i compromessi, che
comunque non sminuiscono il valore complessivo dell’intesa raggiunta.
2.Confermato l’obiettivo +2°C, anzi di più
L’Accordo
ha l’ambizione di perseguire un “percorso di emissioni aggregate
compatibile con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale ben al
di sotto dei +2°C rispetto all’era preindustriale, cercando tutti gli
sforzi per limitare il riscaldamento a +1,5°C” (Art. 2 dell’Accordo).
Questa dizione ha consentito di mediare le posizioni tra chi chiedeva il
limite più ambizioso a +1,5°C, come la UE e i paesi insulari,
preoccupati per l’innalzamento del livello dei mari, e l’Arabia Saudita,
che invece osteggiava il limite a +1,5°C. Si tratta di un punto
fondamentale, perché la soglia dei +2°C, secondo gli scienziati, è
l’unica che garantisce di contenere gli effetti più gravi dei
cambiamenti climatici, e di evitare l’irreversibilità del riscaldamento
globale.
Sul piano dell’obiettivo a lungo termine (fine secolo),
dunque, l’Accordo di Parigi ha mantenuto le aspettative. Il problema è
capire se i mezzi messi in campo saranno sufficienti per raggiungerlo.
3.La quantità delle emissioni di gas serra
Al
di là della condivisione degli obiettivi di lungo termine, della
comprensione dell’urgenza degli interventi, della consapevolezza dei
rischi, l’Accordo di Parigi non ha potuto imporre dei limiti
quantitativi vincolanti alle emissioni di gas. Ad oggi, i contributi sin
qui determinati dai singoli paesi (“intended nationally determined
contributions”, INDC), aggregati sul totale, non sono affatto
sufficienti a mantenere l’obiettivo dei +2°C. Se non ci saranno azioni
di maggiore impegno, peraltro previste nell’Accordo, l’aumento di
temperatura a fine secolo potrebbe raggiungere o superare i +3°C. Questa
grave mancanza è esplicitamente riconosciuta già nella premessa: “(le
Parti) Enfatizzano con seria preoccupazione l’urgente necessità di
intervenire per colmare la significativa lacuna” ossia la non
compatibilità degli impegni presi dagli stati con l’obiettivo di restare
“ben al di sotto” dei +2°C. La preoccupazione è ribadita anche nel
punto 17: “(le Parti) Notano con preoccupazione che il livello aggregato
stimato di gas serra nel 2025 e 2030, risultante dai contributi
nazionali INDC, non ricade entro gli scenari a 2°C, ma piuttosto conduce
ad un livello previsto di 55 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2030”
mentre, per mantenere almeno l’obiettivo dei +2°C, bisognerebbe giungere
“a ridurre le emissioni sino a 40 miliardi di tonnellate di CO2”
(secondo l’IPCC tale limite è 38 miliardi, ndr). I sottoscrittori
dell’Accordo pertanto riconoscono che “uno sforzo di riduzione molto
maggiore delle emissioni sarà richiesto, rispetto a quanto determinato
nei contributi nazionali INDC, al fine di contenere il riscaldamento al
di sotto dei +2°C rispetto all’era pre-industriale.”
4.Obiettivi nazionali sulle emissioni più ambiziosi
C’è
piena consapevolezza che, ad oggi, l’accordo di Parigi non è
sufficiente. Per questo, al punto 20, l’Accordo “Decide” di raccogliere
gli “sforzi collettivi” espressi in nuovi contributi dagli stati, al
fine di raggiungere l’obiettivo a lungo termine (di 2° o 1,5° entro il
2100). Verranno definiti dei criteri molto stringenti, sia nel metodo
sia nei contenuti, che gli Stati dovranno seguire nel sottomettere i
nuovi contributi nazionali INDC, da presentare almeno ogni 5 anni a
partire dal 2023 (Art. 4, Art. 6, Art. 14). I prossimi meeting annuali
COP serviranno come momento di verifica del progresso, suffragato dai
dati aggiornati sulle emissioni forniti dagli Enti Sussidiari Tecnici e
Scientifici. Anche i report dell’IPCC (il prossimo, AR6 sarà pubblicato
nel 2018-19) serviranno a delineare il quadro aggiornato. Entro il 2020,
quando entreranno in vigore gli impegni di riduzione delle emissioni di
gas serra, tutti gli stati dovranno fornire i loro obiettivi di
emissioni sia al 2050 sia al 2100. Pertanto, l’attuale definizione dei
contributi nazionali è solo il primo passo di un percorso che dovrebbe
portare a impegni più forti, compatibili con l’obiettivo 2°C. La data
della prima revisione, prevista solo nel 2023, lascia tuttavia forti
perplessità.
5.Il fattore tempo: o subito o sarà tardi
Non
è solo una questione di quantità di emissioni, anche il fattore tempo è
critico. Più tardi si ridurranno le emissioni, più si allontana la
possibilità di contenere il surriscaldamento entro i +2°C. Secondo i
modelli climatici compatibili con l’obiettivo dei +2°C, servono
riduzioni immediate delle emissioni da parte dei paesi industrializzati e
riduzioni da subito nel tasso di crescita delle emissioni dei paesi in
via di sviluppo, Cina, India e Iran compresi. Questi paesi dovrebbero
raggiungere il loro picco di emissioni non oltre il 2025. Nell’Accordo
manca proprio una data precisa nel picco di emissioni dei paesi in via
di sviluppo (la Cina ha proposto “non oltre il 2030”, comunque tardi),
ma all’Art. 4 dell’Accordo le Parti si impegnano a cercare di
raggiungere il picco delle emissioni “il più presto possibile”.
L’obiettivo di medio termine è di raggiungere entro il 2050 un
sostanziale equilibrio tra le emissioni di gas serra per effetto
antropico e la capacità di assorbimento di CO2 degli ecosistemi
terrestri (oceani e foreste in particolare) per ottenere poi una
progressiva rimozione di CO2 dall’atmosfera (ossia si assorbe anidride
carbonica più di quanta se ne emette). Secondo i dati scientifici, ciò
vuol dire far scendere le emissioni entro il 2050 sotto i 20 miliardi di
tonnellate di CO2 all’anno. Livello ottenibile solo con riduzioni molto
drastiche e immediate delle emissioni.
Il testo dell’Accordo di
Parigi riconosce la criticità del fattore tempo, e richiede su base
volontaria un’accelerazione della riduzione delle emissioni di gas serra
già nel periodo 2016-2020 (punti 106 e segg.). È prevista l’attivazione
di una serie di strumenti (informativi, organizzativi, tecnologici,
finanziari, amministrativi) che facilitino agli stati gli sforzi per
mettere in atto politiche innovative, buone pratiche per accelerale la
mitigazione delle emissioni. Una prima verifica sullo stato di
applicazione di questi strumenti sarà fatta già nel 2017.
6.Sostegno ai paesi in via di sviluppo
Fondamentale
è il sostegno ai paesi più poveri, che non hanno mezzi né per mitigare
le emissioni né per implementare strumenti di adattamento agli effetti
del riscaldamento globale. La questione è già presente nella premessa:
“(le Parti) Riconoscono l’urgente necessità di aumentare il sostegno
finanziario, tecnologico e realizzativo verso i paesi in via di
sviluppo, fornito in modo chiaro per abilitare azioni migliorative già
pre-2020.” Nel testo dell’Accordo, al punto 115 c’è la decisione di
sostenere gli sforzi di mitigazione delle emissioni e di adattamento dei
paesi in via di sviluppo con un finanziamento di 100 miliardi di
dollari l’anno (quota da ricalcolare prima del 2025), a fronte della
presentazione di specifici piani di azione e chiari obiettivi, con
modalità di erogazione fondi “sulla base dei risultati”. Gli interventi
sono in particolare rivolti alla limitazione della deforestazione e al
contenimento del degrado del territorio boschivo (punto 55).
I
criteri specifici per i finanziamenti saranno presentati nella COP24 del
2018. A gestire i finanziamenti (punto 59) sono incaricati il Green
Climate Fund e la Global Environmant Facility, insieme con il Fondo per i
paesi in via di sviluppo e il Fondo speciale sui Cambiamenti Climatici.
L’Accordo
prevede anche un trasferimento tecnologico, di ricerca, di strumenti e
conoscenze, in grado di rafforzare le capacità (“capacity-building”), le
competenze tecnologico-realizzative, ottimizzare i processi di questi
paesi, migliorare lo scambio di informazioni, aumentare la pubblica
consapevolezza, la trasparenza, anche promuovendo attività didattiche e
formative. I paesi più sviluppati sono tenuti a inviare un report
biennale sullo stato della cooperazione con i paesi in via di sviluppo,
riportando le azioni fatte in merito al trasferimento tecnologico e di
competenze (Art. 9 e 10).
Viene istituito un Comitato per il
Capacity-building (punto 75), che ogni anno fornirà report sullo stato
di attuazione della collaborazione tecnologico-scientifica; nella
conferenza COP25 (2019) saranno raccolti i primi risultati dell’attività
e saranno verificate eventuali necessità ulteriori.
7.Non solo mitigazione, anche adattamento
In
parallelo con la mitigazione delle emissioni di CO2, saranno condotte
attività di adattamento agli effetti più severi del riscaldamento
globale, come gli eventi meteorologici estremi, a cui sono più esposti
soprattutto i paesi più poveri. Le attività di adattamento sono in
particolare rivolte a rafforzare la resilienza, ridurre le vulnerabilità
dei territori e aumentare la comprensione dei fenomeni, puntando anche
sulle conoscenze delle comunità locali (punto 123, Art. 7). Viene
istituito un Fondo per l’Adattamento, mentre i criteri generali saranno
affidati a un Comitato per l’Adattamento, che produrrà strategie, linee
guida e piani di implementazione triennali (punto 43), fermo restando
che, viste le specificità del problema sui vari territori, l’approccio
sarà comunque delineato da ogni singolo stato. Ogni stato dovrà fornire,
e aggiornare periodicamente, un Piano Nazionale di Adattamento ai
cambiamenti climatici, nel quale descrivere le proprie priorità, i
criteri, le azioni implementate, eventuali richieste di supporto (Art.
7).
8.La sfida si vince insieme
Nel punto 134
e segg. l’Accordo sottolinea l’importanza del contributo che possono
fornire alla riduzione delle emissioni di gas serra altri soggetti non
statali, come i membri della società civile, del settore privato, di
istituzioni finanziarie, di città e altre istituzioni locali. Queste
ultime possono giocare un ruolo importante sia nella mitigazione dei gas
serra – si pensi al Patto dei Sindaci europei del 2010, nel quale le
città s’impegnano a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020 – sia
nell’adattamento ai cambiamenti climatici, per ottenere maggiore
resilienza e ridurre la vulnerabilità dei territori. Tali azioni
dovranno essere inserite nell’Area Non-statale della Piattaforma di
Azione Climatica[1] (punto 118).
9.Le omissioni più evidenti
Le
omissioni più rilevanti riguardano l’assenza di un limite quantitativo
vincolante alle emissioni, di un tempo massimo per il picco delle
emissioni, e il mancato obbligo sanzionatorio per gli stati
inadempienti. Omissioni previste già prima della Conferenza, perché in
alcuni paesi, a iniziare dagli USA, non c’erano le condizioni politiche
per sottoscrivere accordi quantitativi vincolanti. Tuttavia l’Accordo di
Parigi è ricco di vincoli, almeno sulle modalità di applicazione
dell’Accordo stesso, di revisione periodica, e mette in campo una serie
di strutture di controllo – il “Meccanismo di facilitazione
dell’applicazione dell’ Accordo” – che avrà la forma di un Comitato e,
sia pur non sanzionatorio ma “facilitativo, non oppositivo” (Art. 15)
invierà report annuali e permetterà verifiche puntuali sul livello di
applicazione delle azioni previste.
Altra omissione: le fonti
fossili non sono mai citate nel testo. È del tutto evidente che sono le
grandi accusate in questo Accordo, essendo le principali responsabili
delle emissioni di gas serra. Nel testo c’è piena consapevolezza del
disastro a cui si andrebbe incontro se non si ridurranno drasticamente
le emissioni. Eppure le parole “fonti fossili”, “petrolio”, “carbone” o
“gas” non sono presenti nel testo. L’Accordo è severo nel condannare le
emissioni, ma non dice i colpevoli. In modo quasi sommesso, però, apre a
una carbon tax: “(le Parti) riconoscono il ruolo importante di fornire
incentivi per la riduzione delle emissioni, includendo strumenti quali
politiche nazionali e di prezzo del carbonio” (punto 137).
Analogamente,
la medesima omissione nell’articolato riguarda le fonti rinnovabili,
che però – almeno – sono citate nella premessa: “(le Parti) Comprendono
il bisogno di promuovere l’accesso universale alle energie sostenibili
nei paesi in via di sviluppo e in particolare in Africa, attraverso
un’aumentata installazione di energie rinnovabili.” Le rinnovabili
escono comunque rafforzate da questo Accordo, in quanto strumento
principale di mitigazione delle emissioni di gas serra. Negli impegni
nazionali formalizzati negli INDC, le energie pulite hanno un ruolo di
primo piano anche per i paesi più inquinatori (ad esempio, Cina +20%
fonti non fossili al 2030, India +40% di quota rinnovabile nei consumi
elettrici al 2030).
10.Conclusioni
L’Accordo
di Parigi è di per sé un accordo storico. La firma unanime ha richiesto
una faticosa opera di mediazione, il cui merito va alla presidenza
francese della COP21, ma anche all’attivismo e alla disponibilità di
paesi prima oppositori di accordi sul clima, come la Cina. L’entusiasmo e
le lacrime di gioia scaturiti al raggiungimento dell’accordo
testimoniano i timori e lo sforzo per evitare un nuovo fallimento (dopo
Copenaghen 2009) questa volta davvero irreparabile. Tuttavia l’Accordo
di per sé ancora non basta. È l’inizio – un buon inizio – di un percorso
ancora lungo e pieno di ostacoli. Anche dopo Parigi non abbiamo
certezza che l’obiettivo del contenimento del riscaldamento globale a
2°C potrà essere raggiunto o no. Le quantità di riduzione delle
emissioni sin qui indicate dagli stati non sono sufficienti e manca un
tempo massimo di raggiungimento del picco oltre il quale le emissioni
globali dovranno diminuire. Non aiuta né l’inizio di applicazione
dell’Accordo, posto al 2020, né la prima verifica al 2023, quando
eventuali interventi correttivi potrebbero essere fuori tempo massimo.
Tuttavia gli stati hanno sottoscritto che faranno di tutto per aumentare
le quote di riduzione dei gas serra e accelerare “al più presto
possibile” il picco delle emissioni. L’Accordo spinge molto su azioni
aggiuntive, ma queste sono affidate all’iniziativa volontaria degli
stati, soggetta alla mutabilità del contesto politico. È comunque
imponente l’architettura dei sistemi di controllo, valutazione e
monitoraggio periodico dello stato di applicazione dell’Accordo, che
certamente solleciterà gli stati a produrre azioni concrete. Se si
aggiunge il contributo dei soggetti non statali (cittadini, enti locali,
imprese) nella riduzione delle emissioni e il progresso tecnologico che
va nella direzione della sostenibilità ambientale, incentivato anche da
questo Accordo globale, si può ritenere che a Parigi sia stato
delineato un percorso virtuoso che potrà dare i suoi frutti, ma solo se
resteranno alte l’attenzione e la consapevolezza collettiva sulla
criticità della questione climatica.
di Pierluigi Adami, coordinatore scientifico Ecologisti Democratici