1 luglio 2018

Messico, la speranza si chiama Amlo da Altre Notizie.org



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  • Quella di oggi potrebbe essere la volta buona per Andrès Manuel Lopez Obrador, per tutti AMLO. Sessantacinque anni, nato nello Stato di Tabasco, ex sindacalista e nel 2000 eletto sindaco della capitale, AMLO è il candidato di Morena, il partito di sinistra da lui creato con una scissione del PRD (che ha subito identica metamorfosi del PD italiano divenendo un partito di centro ndr).

    Coalizzatosi con la formazione laburista del PT ed un altro partito di orientamento moderato e cattolico, il PES, è fortemente in testa in tutti i sondaggi. Ci sono infatti tra lui e il primo dei suoi avversari almeno 23 punti - Josè Antonio Meade, oscuro quanto furbo e rapace funzionario della casta messicana del PRI - e ancor maggiore - circa 30 punti - è la distanza con Ricardo Anaya, candidato del PAN.

    In ogni paese del mondo una distanza così importate nei sondaggi concentrerebbe l’attenzione sulla misura della vittoria e sui futuri equilibri parlamentari, ma in Messico non è mai bene dare per scontato nulla, meno che mai in termini di alterazione del procedimento democratico elettorale. Prova ne siano non solo i due giganteschi brogli (2006 e ancor più nel 2012) organizzati proprio ai danni di AMLO e che consentirono a Enrique Pena Nieto (prodotto di Tele Visa, che è una delle gambe del tavolo su cui si poggia il sistema dominante) di riportare il PRI al governo del paese.

    La presenza massiccia di osservatori (30.000 esperti nazionali e oltre 900 internazionali) può dimostrarsi un deterrente verso i brogli ma le decine di migliaia di schede circolanti già incontrate non promettono niente di buono. A sottolineare la particolare importanza di questa scadenza elettorale possono essere utili due dati: secondo fonti indipendenti almeno 30 milioni di messicani hanno ricevuto offerte di voto di scambio e ben 133 esponenti politici (di cui 48 candidati) hanno perso la vita dall’inizio della campagna elettorale.

    Proprio la corruzione sistematica e articolata ad ogni livello del potere politico ed amministrativo è l’altro aspetto sul quale AMLO intende incidere, visto che essa ha reso il Messico un paese a sovranità limitata dall’interno oltre che dall’estero. Cosa fa del governo del Messico una posta così elevata per gli appetiti di una classe dirigente corrotta?

    Basta fare l’esempio del Distretto Federale, dove ha sede Città del Messico, la capitale. Solo tra il 2013 e il 2014, le inchieste indipendenti hanno provato come i fondi statali e federali fossero amministrati per riempire le tasche dei funzionari del sistema. Sette miliardi e 670 milioni di Pesos sono stati spesi per contratti di servizio illegali con 186 imprese; si tratta di contratti finti, fantasma, perché di queste 186 ben 128 non dispongono di dimensione societaria e infrastrutture abili per l’ottenimento di appalti pubblici e le altre, semplicemente, non esistono.

    La differenza fondamentale tra il programma di AMLO e quello delle altre forze politiche lo si trova proprio nella lettura della crisi messicana e nelle ricette. Per il candidato della sinistra la priorità risiede nello smantellamento delle politiche sociali imposte dalle destre e dalle politiche di contrasto al crimine organizzato. Sono le due maggiori piaghe che infestano il Paese e che lo hanno posto ai vertici delle più macabre classifiche sulle drammatiche violazioni dei diritti umani e sull’esclusione sociale.

    Proprio questa, nella lettura di AMLO, è la causa principale dell’arruolamento di massa nelle organizzazioni criminali, ormai in grado per numero di appartenenti (molti dei quali provenienti dalle forze di polizia ndr), estensione dei suoi tentacoli e volume dei capitali che muove, di condizionare in forma determinante l’operato del potere politico. Per AMLO lo slogan è “abrazos y no balazos” - abbracci e non pallottole - e prevede nei confronti dei Cartelli non più solo operazioni militari di scarsa efficacia ma politiche sociali in grado di ridurre al minimo l’appeal che il denaro dei narcos esercita sulla povertà cronica delle maggioranze e che, in alcuni Stati, arriva a colpire il 60 per cento della popolazione.

    Su quella povertà cronica, che favorisce il permearsi della corruzione in ogni strato della società, i narcos costruiscono i loro piccoli eserciti, perché quando l’alternativa è tra la morte per fame o l’arruolarsi in un Cartello, è inutile pensare di affrontare la questione solo in chiave militare. Il controllo del territorio è dato proprio dal consenso generale di cui alcuni Cartelli godono proprio per la capacità di rivolgersi ai settori più poveri e, contemporaneamente, di proporsi come governo, come anti-stato dove lo Stato non c’è.

    L’intervento dello Stato, nell’idea di AMLO, deve caratterizzarsi soprattutto nel disincentivare l’arruolamento e, anzi, nell’incentivare l’abbandono dei Cartelli da parte dei livelli minori di affiliazione. Da qui le due proposte parallele: amnistia per i reati minori e legalizzazione, programmi di studio e lavoro per recuperare i giovani e allontanarli dalla criminalità. Becarios y no sicarios (borsisti e non sicari) è la sua parola d'ordine.

    Contemporaneamente, raddoppio delle pensioni e dei salari minimi, programmi di assistenza sociale e d’intervento statale nell’economia destinati a ridurre i livelli di povertà assoluta e ad aumentare l’occupazione. Il principale di questi sarà una mega opera: la costruzione della rete ferroviaria che attraversi le due sponde del paese, dall’Atlantico al Pacifico e che nei calcoli dovrebbe produrre una quota pari al 2,5% di incremento del PIL oltre che di decine di migliaia di posti di lavoro.

    Un’impostazione molto diversa, per non dire opposta, della “guerra al narcotraffico”, iniziata dal Presidente Calderon e proseguita da Pena Nieto, che in realtà non ha avuto nulla della guerra al crimine; è stata piuttosto il detonatore per una gigantesca operazione di riassetto degli equilibri interni alle organizzazioni dei narcos, che con l’uscita di scena di alcuni dei suoi protagonisti (da ultimo El Chapo Guzman) ha consentito scissioni e costituzione di nuove formazioni costate migliaia e migliaia di morti e che hanno trasformato il Messico da paese distributore a primo paese produttore di stupefacenti.

    Del resto, la politica estera ed interna del Messico è strettamente intrecciata a quella degli Stati Uniti, con i quali il rapporto di subalternità economica e nelle politiche di sicurezza è il dato saliente, al punto che dalla gestione della Pemex fino alla penetrazione della DEA pare che il Messico abbia ridotto la sua indipendenza nei confronti del gigante del Nord solo nella sua rinomata gastronomia.

    E anche in queste elezioni si gioca, appunto, la partita per eccellenza della politica estera messicana. E’ quella con Donald Trump, che del Messico ha fatto un simbolo per la sua xenofobia con la quale si è conquistato il consenso dei segregazionisti e dei razzisti negli stati del Sud degli USA. Amlo, che certamente non è uomo da linguaggio sfumato, ha definito il rapporto di Trump con i messicani “simile a quello di Hitler con gli ebrei" ma, aldilà della ovvia esagerazione retorica, proprio l’appello al nazionalismo messicano contro los yanquis, unito alla battaglia contro la corruzione e per una rinascita economica e sociale, ha determinato molto della sua impennata nei sondaggi.

    Una vittoria di Andrés Manuel Lopez Obrador rappresenterebbe una boccata d’ossigeno per la sinistra latinoamericana, in qualche modo una inversione di tendenza dopo quanto avvenuto in Argentina. Amlo ha cultura socialista ed indipendentista ed appartiene alla famiglia progressista di sinistra del continente latinoamericano e, in questo senso, una sua vittoria non sarebbe una buona notizia per la politica estera di Trump, che ha nel rapporto con il Messico uno dei terreni più insidiosi.

    Ma certo favorirebbe ulteriormente il reciproco disimpegno dal NAFTA, da Trump considerato simbolo di una economia compromessa e condizionata dalla globalizzazione su scala continentale, da AMLO ritenuta (giustamente) una maniera di consegnare l’economia messicana al controllo statunitense alla quale il paese Azteca deve sottrarsi per non rimanere soffocato.

    L’eventuale vittoria della sinistra potrebbe quindi dare uno scossone anche sul piano continentale e, in particolare, nel rapporto nefasto con gli Stati Uniti. Che nel caso di una vittoria di Amlo vedrebbero la prima severa e fortemente simbolica sconfitta di Trump e, nel contempo, l’inizio della controffensiva della sinistra latinoamericana.

    Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti italiani:Rompiamo il silenzio sull' Africa



    «Rompiamo il silenzio sull’Africa.
    Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo

    Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto.

    Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.

    So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa.

    Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.

    È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

    È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

    È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

    È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

    È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

    È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

    È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

    È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

    È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

    È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

    È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

    Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.

    Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.

    Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.

    Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.

    Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

    E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

    Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

    Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

    *Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell'Africa  e direttore della rivista Mosaico di Pace

    ASSEMBLEA ANNUALE 2018 FORUM TERZO SETTORE DEL LAZIO: 2 luglio Regione Lazio




     L' Assemblea annuale 2018 del Forum Terzo Settore del Lazio  si terrà la mattina di Lunedì 2 luglio alla sala Tevere della Presidenza Regione a via Cristoforo Colombo 212 dalle 9.30 alle 11.30 (poi inizierà la parte riservata ai soci fino a chiusura alle 14.30).
    Molti ospiti, assessori e soci, forse anche Zingaretti.

    con 5.278 enti delle sue reti - circa 30 tra volontariato, associazionismo, grandi centrali della cooperazione sociale italiana e internazionale nel Lazio, ed un milione di persone coinvolte-,  il Forum è stato ufficialmente riconosciuto qualche giorno fa dal Ministero del Lavoro e Politiche sociali come Organizzazione Ente di Terzo Settore più rappresentativa e numericamente rilevante del Lazio




    Dai giornali di oggi 1 luglio

    ITALIA-ECONOMIA
    Decreto leggero senza voucher (Corriere, Sole): Di Maio, intervenendo al Festival del Lavoro, frena sul “decreto dignità” ma nega problemi di coperture: “Leggende metropolitane” (Stampa). Dal provvedimento escono le modifiche alla somministrazione come i voucher e il lavoro occasionale, demandati al Parlamento. Tra le priorità ribadite da Di Maio il taglio delle pensioni d’oro, la lotta al lavoro nero, il rilancio dei centri per l’impiego, l’equo compenso e la semplificazione del Codice degli Appalti, ritenuto troppo complesso. Da riformare anche l’Anpal, partita “con una ruota sgonfia”: “Metterò intorno a un tavolo gli assessori di tutte le regioni per ristrutturare i centri per l’impiego anche lavorando con l’Anpal, cercando di capire quante siano le risorse da investire. Mi aspetto massima collaborazione. Non voglio che ci si metta a difendere il proprio orticello”. Sulle pensioni, oltre al taglio degli assegni d’oro, confermata la volontà di introdurre “quota 100” per garantire  maggiore flessibilità di pensionamento anche se ciò incrementerà di quasi un milione i pensionati. Di Maio: “Questo non ci spaventa: la partita non è solo di bilancio. L’atteggiamento dell’Italia sull’immigrazione ai tavoli europei è solo l’antipasto di quello che sarà sull’economia”.  Scettico Cottarelli: “Senza il rigore di Monti e la riforma delle pensioni della Fornero il debito pubblico sarebbe arrivato al 145%, circa 13 punti più di adesso: con certe misure si rischia di causare una crisi peggio di quella del 2012” (Corriere). “Il debito pubblico? Bisogna fare in modo che se lo riprendano le famiglie italiane che hanno 5mila miliardi di liquidità – dice al Corriere il sottosegretario Siri (Lega) – Possono riprendersi quei 780 miliardi collocati presso investitori stranieri, che sono quelli che fanno girare la giostra dello spread. Come? Con Bot e BTp riservati a famiglie italiane”. Siri insiste sul superamento di spesometro e split payment, e sulla rottamazione delle carte: “Non è un condono, qui non stiamo parlando di evasori ma di gente che ha dichiarato e poi non ha pagato: più di 20 milioni di contribuenti. Si è cercato di ottenere da loro somme che non potevano pagare”. Siri prefigura una manovra super da 70 mld nel 2019 con la flat tax, riforma della Fornero e il reddito di cittadinanza. Per le coperture si va dalla pace fiscale, al taglio degli sprechi, all’aumento del deficit: “L’importante è che l’Europa ci autorizzi ad arrivare al 2,6-2,7% di deficit”.
    Libero contro il reddito di inclusione: “cani e porci” dissanguano l’Inps a danno dei pensionati. Il riferimento è alle 700 mila famiglie ricomprese nella platea del “rei”, alle quali andrà un assegno mensile tra i 187 e i 534 euro per un massimo di 18 mesi. Per Libero soldi “facili, perpetui, comodi”.
    Imprese, domani arriva la stangata da 19 miliardi (Giornale e altri). La Cgia di Mestre ricorda che “le aziende sono tenute a versare il saldo 2017 e il primo acconto 2018 dell'Ires (9,1mld), mentre i lavoratori autonomi e gli altri percettori di reddito dovranno versare l'Irpef con annesse addizionali regionali e comunali (6,4mld). Agli imprenditori anche il macigno Irap: si approvi il decreto dignità” ha commentato il coordinatore dell'Ufficio studi, Paolo Zabeo.

    ITALIA-POLITICA
    Migranti, Fico “strappa” e difende i porti aperti e le Ong. Salvini e Di Maio lo liquidano: opinioni personali (Corriere, Repubblica, Messaggero e tutti). Il tema migranti divide i Cinque Stelle: il presidente della Camera, in visita all’hot spot di Pozzallo, dà voce all’ala sinistra del Movimento schierandosi contro la politica dei porti chiusi e difendendo le ong: “Fanno un lavoro straordinario”. Grillo sta con lui, Di Maio no. Il Corriere parla di telefonata tesa tra i due. “Prima salvare le vite in mare poi accertare eventuali responsabilità: non è buonismo, è umanità”, la linea di Fico dopo la strage al largo della Libia e le dichiarazioni di Salvini, per il quale i morti li hanno sulla coscienza le ong. “Ci vuole rispetto, compattezza se crediamo nel nostro progetto” la posizione di Di Maio. Sul Messaggero la linea dura di Conte: “Senza quote non entra più nessuno”. Il premier, dopo il testa coda europeo, si arrocca: porti chiusi e niente più sbarchi di migranti in Italia. E il Viminale si prepara a tagliare di 15 euro la spesa giornaliera per ciascun migrante. Ancora da chiarire la reale portata dell’accordo stretto in sede europea sull’immigrazione: per il Corriere è evidente che l’intesa penalizza l’Italia. E su frontiere, sbarchi e ricollocazioni si sono fatti addirittura dei passi indietro, introducendo il concetto di “volontarietà”, sapendo che la maggior parte degli Stati europei ha sempre rifiutato collaborazione. Il ministro Moavero Milanesi alla Stampa: “Davanti a una sfida così drammatica occorreva un salto coraggioso e misure più immediate”. Ma almeno si è arrivati a “Una tela di fondo condivisa”. Ora dipende dagli Stati rispettare le linee del Consiglio europeo: “Chi non accetta i centri di accoglienza tradisce lo spirito del vertice. La volontarietà vale per tutti, Italia compresa”. Ma la preoccupazione resta: “Siamo in mezzo  al guado rispetto alla prospettiva politica della Ue”. Per Moavero lo schema resta quello dell’aiutiamoli a casa loro con investimenti pubblici e privati in Africa. “Al riguardo si potrebbe assegnare il gettito dell’istituenda web tax europea, destinata ai givanti della rete, alle risorse necessarie previste nel prossimo bilancio Ue”. Moavero annuncia una vigilanza più stretta sulle Ong e sui porti dice: “Il diritto internazionale impone di condurre i salvati in porti sicuri, non necessariamente i più vicini. Se gli Stati Ue aprissero volontariamente dei porti di accoglienza sarebbe una svolta”. 
    M5S e Lega ai ferri corti anche sui diritti. Nel giorno del gaypride il sottosegretario Spadafora, al corteo di Pompei, porta l’adesione del governo e garantisce che “l’Italia non tornerà indietro sui diritti conquistati”. Chiari i riferimenti al ministro della Famiglia Fontana, che via Facebook risponde: “Spadafora parla a titolo personale e non a nome del governo né della Lega. Per quanto ci riguarda la famiglia che riconosciamo e sosteniamo è quella della Costituzione”. Contro Spadaora anche la Meloni. A Milano il sindaco Sala sfila e sale sul palco: “Questa è casa vostra. Voi siete il cambiamento, vi accompagneremo” (Corriere e altri).
    Oggi la prima Pontida di governo per Salvini, col Carroccio pronto ormai al sorpasso sul M5S (La Verità). Salvini sfida il Ppe: “Trasformo la Lega in una forza europea. Cresceremo ancora”. La trasformazione sovranista di Pontida è già avvenuta: oggi sono attesi anche 250 napoletani con prodotti campani, a riprova che il Carroccio ha ormai archiviato l’autonomia, scrive il Sole. Sul Corriere i debuttanti del Sud: Pontida è anche nostra. Tra i presenti anche il governatore siciliano Musumeci: “Salvini mi ha invitato e io rispetto il galateo e vado. La Lega non è più quella di una volta ed è stata tra le prime forze politiche a sostenere la mia candidatura in Sicilia”. Sul Tempo l’ora dei veleni in casa Fdi: sempre più esponenti lasciano il partito della Meloni per la Lega. Pesano sondaggi a picco e malumori per la mancanza di dibattito interno.
    In movimento anche il Pd. Sul Corriere il passo avanti di Nicola Zingaretti: “Io ci sono, anche se il problema non è il segretario ma riaprire una sfida collettiva. C’è un popolo di competenze e sensibilità che si è disperso e c’è una nuova generazione molto combattiva che non ci ha mai incontrati. L’obiettivo è riaggregare”. Per Zingaretti “serve un Pd diverso, per costruire una nuova alleanza, azzerando le attuali forme poltiche. Dobbiamo includere e valorizzare forze produttive, energie popolari e sociali conciliando forte leadership collegiale e decisioni dal basso”. Zingaretti boccia il Fronte Repubblicano di Calenda e invita a pensare all’Italia del 2050: “In Italia c’è una enorme questione giovanile che la politica non vede. E’ una generazione che ha tanto da insegnare a quella precedente”. Sul piano politico Zingaretti un governo egemonizzato dalla destra e prevede “disarticolazioni” tra i Cinque Stelle di cui la sinistra deve approfittare. “La Lega di Salvini è una forza nazionale autoritaria, razzista e xenofoba. Renzi? Penso e spero che non se ne vada. Dipende da lui. Il congresso del Pd è indispensabile prima delle elezioni europee”. Per Zingaretti “la democrazia è in pericolo: quando i populisti al potere non riusciranno a realizzare quello che hanno promesso si inventeranno un ulteriore nemico esterno. Prima criticheranno le procedure democratiche, lente e inconcludenti Poi passeranno all’attacco delle istituzioni, all’informazione, ai diritti in chiave autoritaria”.

    ESTERI
    In Germania la Merkel prova a smarcarsi dalla stretta del ministro Seehoer annunciando accordi bilaterali con 14 Paesi per “restituire” tra i 15 e i 18 mila migranti. Tra i 14 Paesi l’Italia non c’è e neppure cechi e ungheresi, che smentiscono intese con Berlino per timore di contraccolpi interni. Il documento, consegnato dalla cancelliera ai partiti della sua coalizione, concretizza una delle conclusioni del vertice europeo, laddove si auspicavano intese tra Stati membri per contrastare i movimenti di migranti e cooperare tra loro in questa direzione. Per il Messaggero è un messaggio implicito all’Italia: se volete aiuti sugli sbarchi dovete scendere a patti anche voi. Su Repubblica il dilemma di Roma di fronte al patto della Merkel. Salvini gli risponderà oggi da Pontida. Conte: “Se Merkel cade è un guaio anche per noi”.
    Ma il naufragio in Libia e i bambini morti in mare venerdì dividono politica e giornali. Dalle Ong e dalla Spagna accuse all’Italia per i morti nel naufragio. La guardia costiera nega: “Mai coinvolti nei soccorsi” (Corriere). Il Giornale e la Verità: i buonisti vogliono altri morti. Il Tempo parla di macchina del pianto. Su Avvenire il j’accuse della Croce Rossa: “Massacro in mare e la Ue si fa cieca”. Sul Corriere la difesa del sottosegretario Molteni (Lega): “Non capisco come si possa dare al governo italiano la colpa di quanto accaduto in acque libiche. La colpa è dello scafismo e di chi gestisce il traffico. Per impedire altri morti devono partire meno navi”. Quanto a Fico “credo che debba chiarirsi col governo. Nel contratto che il M5S ha firmato tra i punti qualificanti c’è il contrasto alle Ong illegali”. Intanto la Open Arms salva 60 disperati al largo della Libia e ricomincia il braccio di ferro nel Mediterraneo: il Viminale chiude i porti e rimanda a Malta. La Valletta: più vicina Lampedusa (Stampa).

    Recensione film: L’ALBERO DEL VICINO regia di Haffstein Gunnar Sigurosson

     Con Edda Bjorgvinsdottir, Sigurour Sigurjonsson, Steinpor Hroar Steinporsson, Lara Johanna Jonsdottir, Portseinn Bachman, Selma Bjiornsdottir, Islanda, Poolonia, Danimarca, Germania 2017. Montaggio di Kristjan Loamfiara
    Il regista islandese Haffstein Gunnar Sigurosson mostra in questo film – che può essere definito una commedia dark - un’umanità litigiosa, spigolosa e dispettosa che soffre nella convivenza. Certo Rejkiavik non è una città con alta densità abitativa – ha poco più di 120.000 abitanti su 274 kmq - e qui siamo in un quartiere periferico meridionale fatto di case a schiera, dove vivono Inga e Baldvin (Edda Bjorgvinsdottir, Sigurour Sigurjonsson), una coppia di anziani coniugi. Hanno perso il figlio maggiore, che si è suicidato ma di cui non si è mai ritrovato il corpo, vivono in questa casetta a due piani e, nel loro giardino, hanno un grande acero cresciuto a dismisura che, però, fa ombra sulla veranda dei vicini. Come si sa il sole è un bene prezioso lì su nel nord, quindi il vicino e la sua giovane seconda moglie (Portseinn Bachman, Selma Bjiornsdottir), chiedono più volte che venga potato o quantomeno sfoltito.
    Inga e Baldvin hanno anche un altro figlio Atli (Steinpor Hroar Steinporsson) che vive in un condominio con la moglie Agnes (Lara Johanna Jonsdottir) e la figlia piccola. Una notte Agnes sorprende il marito che guarda al computer un video pornografico che aveva girato con una precedente fidanzata: sentendosi tremendamente offesa e pensando di essere stata tradita, lo caccia immediatamente da casa. Agnes cambierà la serratura della porta d’ingresso e gli impedirà perfino di vedere la figlia. Atli andrà quindi a dormire dai genitori dove però la situazione non è certo allegra. Sua madre, dalla disgrazia del fratello, è uscita di testa, vive in modo paranoico ogni evento ed è piena di aggressività. Diverso sembrerebbe il padre, più conciliante, che ha un buon rapporto sia con il figlio sia con la nuora e la nipotina.
    Così, in modo paradossale, verrà innescata una spirale di violenza. Da un lato, il risentimento di Agnes farà scattare l’aggressività al marito pentito ma frustrato perché non riesce a comunicare con la moglie né a vedere la figlia. Finirà per rapirla (ma solo per qualche ora…) a scuola, soltanto per portarla a fare un picnic sul prato. Indovinate dove? Davanti a Ikea! Dall’altro, la polemica tra i vicini per l’ombra dell’albero scatenerà una guerra violenta in crescendo, che non voglio qui raccontare. Il tutto è raccontato con minimalismo scenico, scarso movimento della macchina da presa, ambienti e persone ridotte all’essenziale e con un montaggio (di Kristjan Loamfiara) quasi delle strip. “L’albero del vicino” è, inoltre, inframezzato da cori popolari alternati a brani di musica classica da Bach a Rachmaninoff.
    Qua e là alcuni dettagli grotteschi degni di nota. Ad esempio molto divertente è la scena dell’assemblea del condominio nella quale partecipano separatamente sia Agnes sia Atli, con palese imbarazzo dei convenuti, dove si discute del rifacimento della fognatura (come in tutti i condomini del mondo!) ma anche, in modo animato, del linguaggio scurrile, dei sospiri e gridolini prodotti da una giovane coppia che fa sesso in modo eccessivamente rumoroso e voluttuoso.
     “Under the Tree” (Undir Trénu), il titolo originale che è senza dubbio migliore, è stato presentato alla sezione “Orizzonti” alla 74ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e candidato all’Oscar  come miglior film straniero per l’Islanda.
    Ghisi Grütter

    LA VACANZA di Gian Carlo Marchesini

    In vacanza per una settimana a Santa Maria di Castellabate, in una dimensione in cui regnano mare e campagna, a svegliarti la mattina è l'abbaiare implorante di un cane affamato, il fraseggio un pò monotono e insistito delle tortore, il trillo melodioso di un uccelletto. Niente ululare di sirene o strombazzare petulante di clacson, niente rombo di aerei che solcano il cielo, o di quant'altro in città ferisce l'udito. Là dove a Roma il rumore normale di fondo è un frastuono aggressivo e spesso violento, qui la nota dominante è il silenzio intessuto di qualche suono leggero e quasi rispettoso. Qui sembra di stare su un altro pianeta, l'atmosfera è leggera, l'aria profumata. In spiaggia i bambini impastano con i piedini nudi l'acqua e la sabbia, per strada gli adulti parlano rilassati, senza astio né rabbia. Il pasto che suggerisco, dopo una mattinata trascorsa al mare, è composto da un solo piatto frutto di una mescolanza tra mozzarella campana, pomodoro e cipolla, il tutto condito con olio extravergine d'oliva. Innaffiate con un bicchiere di vino bianco del Cilento e capirete perché la dieta mediterranea è così famosa e gli anziani del luogo campano anche cent'anni. Poi la sera salite a Castellabate, e nella piazza principale capirete perché Gioacchino Murat, come riporta una targa, arrivandoci ha esclamato: Qui non si muore!


    SOVRANITA' di Umberto Pradella



    C'e' sempre da imparare dal saggio Umberto



    Cerco di rispondere alle perplessità di qualche amico circa il vincolo imposto dall’uso del dollaro.
    Certamente nessuno può impedire l’uso di una moneta diversa dal dollaro negli scambi di qualunque tipo, siano essi di scarso o ingente valore  e relativi a qualunque tipo di transazione.
    Non basta però che uno dei due contraenti voglia usare una moneta al posto di un ‘altra. E’ necessario che il mezzo di pagamento sia accettato da entrambi.
    In altre parole la questione è politica in senso ampio: si tratta di avere fiducia nell’emittente della moneta prescelta.
    Se i due contraenti sono d’accordo si può usare qualunque moneta.
    Per questo ho parlato di ignavia europea. Si vuole definire – anzichè ignavia – consapevolezza della propria debolezza? La realtà non cambia.
    In ogni caso questa “consapevolezza” deriva dal riconoscimento che l’Europa è un insieme di stati sovrani, spesso conflittuali anche quando si definiscono europeisti. Deriva dalla evidenza che l’euro è sottoposto a tensioni rilevanti proprio in virtù delle difformità sottostanti rappresentate dalle enormi differenze nei fondamentali di ciascun paese dell’area Euro (fisco, produttività, deficit e debito pubblico....)
    L’articolo comparso recentemente su l'Internazionale ricorda che l’Iran aveva proposto (non fidandosi degli USA) che le transazioni avvenissero in euro, ma l’Europa dell’area euro ha glissato.
    I nostri politici  - tutti –  hanno accettato che il dollaro fosse l’unica moneta internazionale,poichè fare dell’euro un mezzo internazionale di pagamento alla stregua del dollaro, avrebbe significato accrescere il potere della UE a scapito di quello  degli stati nazionali e nessun paese lo voleva e vuole davvero.
    Così più dell’85 % degli scambi internazionali avviene in dollari.   
    L’Europa si è cullata nella comoda idea che gli USA – sia pure per il loro interesse – avrebbero continuato a trattarla con molto riguardo. Cosa di meglio? Protezione e scambi facili a basso costo. Così ha accettato che l’uso del dollaro comportasse automaticamente la giurisdizione americana anche fuori dai confini USA. (cosa vera anche in altri ambiti, basta ricordare Cermis o l’imam rapito a Milano, per quanto riguarda l’Italia)
    C’è anche di più, senza accennare alla questione (citata dall’articolo e verissima), dei brevetti che intervengono poco o tanto nella stragrande maggioranza dei prodotti scambiati internazionalmente e definiti dagli USA sempre “strategici”, pertanto soggetti alla extraterritorialità del diritto americano.     
    Facciamo l’ipotesi che, oggi, i paesi europei più colpiti dall 'embargo nei confronti dell’IRAN (questo si sta tentando e la dice lunga sulla UE; i paesi che non hanno interessi rilevanti in Iran stanno con Trump per sperabili vantaggi nazionali), decidano di accordarsi per usare l’euro.In questo caso la giurisdizione statunitense non entrerebbe in funzione. Il guaio è che quasi tutte, se non tutte, le aziende che fanno affari in Iran, hanno legami stretti anche con gli USA (filiali bancarie, stabilimenti, acquisti di prodotti americani in dollari, esportazioni verso gli USA. In tutti questi casi la giurisdizione americana legata al dollaro può entrare in funzione e – come dice l’articolo – chi preferirebbe il mercato iraniano a quello USA?
     
    Anche per comperare un' auto in Romania bisogna che il venditore rumeno accetti euro. Se non li accettasse la transazione – se in dollari – sarebbe sottoposta al diritto statunitense. Questo sarebbe possibile persino all’interno dell’area euro, se la valuta usata fosse il dollaro. La giurisdizione americana infatti non ha bisogno di permessi; è automatica e nella totale discrezionalità degli USA. L’unica possibilità di evitare sanzioni sarebbe non avere nessun legame economico finanziario con gli Stati Uniti.In questo caso la condanna sarebbe senza efficacia. In genere non succede perchè gli importi sono irrilevanti e i settori di affari non strategici,, ma se i flussi di scambi fossero consistenti e/o il prodotto strategico, l’america di Trump (più apertamente di quella di prima) allungherebbe le mani anche lì.
     
    Per quanto concerne l’atteggiamento europeo nei confronti degli USA, è sempre stato di riconoscenza inquinata da servilismo, cioè cinica e alla fine stupida.
    Nemmeno il piano Marshall è stato un atto di generosità, come  ai paesi europei ha fatto gioco credere: una Europa occidentale disastrata sarebbe stata facile preda della sirena dell’URSS. Era necessario intervenire.
     
    Insomma tutto quello che posso dire è che il giornalista che ha scritto quell’articolo su Internazionale ha raccontato la realtà: L’Occidente sta divorando se stesso.
    Il crescere di un ottuso e stupido sovranismo ovunque, come risposta ad una globalizzazione tragicamente fallita; il contrasto alle migrazioni come risposta xenofoba e territoriale; la non completa comprensione dei fenomeni climatici, debolmente contrastati.....;
    indicano che l’Occidente ha nascosto la testa sotto la sabbia perchè inconsciamente consapevole che non c’è rimedio a quello che succederà e che qualunque tentativo di affrontare seriamente il futuro presumibile comporta la consapevolezza che un ciclo umano è al capolinea.
    Allora si preferisce fingere che ci sia un eterno presente in cui i  politici occidentali sempre molto modesti, sostituiti da altri modestissimi,possano convincersi e convincere che le soluzioni sono a portata di mano, basta riapproppriarsi del proprio limitato destino, scrollarsi di dosso le paure reali inventandone di fittizie ma comprensibili.
    C'è chi  sostiene che se si vuole raccontare il peggio assoluto basta leggermi.
    Il guaio è che anche solo la metà di quello che immagino ci aspetti (forse non noi con un futuro un poco ristretto, ma certamente figli e nipoti) sarà sufficiente per cancellare la civiltà occidentale ormai priva di forza propulsiva e ripiegata su se stessa.
     
    Come al solito mi sono allargato troppo.
    Chedo scusa

    I commenti in rete

        L’analisi sui cd governanti europei è netta, ovvia. Ripete quasi un luogo comune, ossia che se vi sono stati nazionali non può esserci un pieno stato sovranazionale. Anche questo però è un declivio infondato: molti ignorano che la cd doppia giurisdizione esiste in diverse realtà tutte (ahinoi...) derivanti dal diritto comune (ossia dal ramo storico del diritto interpretativo delle sentenze romane) come UK, Australia, Usa sopra tutti - la giurisdizione federale non annulla quella dello stato es. di New York, ma la integra su temi/oggetti d’interesse “inter-statale” ossia federale. Si lascia pertanto che l’unità dello Stato sia garantita dalle leggi federali (in Usa, sottoposte insieme alle sentenze a un “restatement of law” ogni 10 anni, quasi come un codice!) mentre la giurisdizione statale assicura la legalità sul territorio.
    Nel diritto civile, di cui Italia Spagna Francia Germania etc sono figlie, tale meccanismo di sovranazionalita sembra inibito poiché questo ramo del diritto si è assunto l’onore di concretizzare la piena e netta, assoluta sovranità nazionale. Però la creazione di una giurisdizione europea non confligge necessariamente con la piena sovranità nazionale: semmai, si dovrebbe basare proprio sul pieno riconoscimento delle giurisdizioni nazionali sovrane! Cosa che è stata disturbata non poco dal meccanismo delle “recezioni” delle cd Direttive comunitarie prima e del provvedimenti normativi obbligatori derivanti dai Trattati poi. Da noi, insomma, si è introdotto un concetto per cui gli Stati nazionali dovevano cedere progressivi pezzi di sovranità nazionale e assoggettare obbligatoriamente le proprie giurisdizioni sovrane a materie regolate esogenamente da Bruxelles-EU. È questo un male assoluto quasi quanto lo stato assoluto? Per me, sì.
    Adriano