27 dicembre 2014

Recensione film UN GATTO A PARIGI di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol







Un gatto a Parigi

di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol

 


Il protagonista di questo delizioso fumetto animato è un gatto dalla doppia vita: di giorno vive con una bambina la cui mamma è un commissario di polizia, mentre di notte aiuta Nico, un ladro gentiluomo - in linea con tutta una tradizione di ladri dal cuore d’oro da Arsenio Lupin al Gatto/Cary Grant, ladro di gioielli nell’hitchcokiano film “Caccia al Ladro”.

Zoe, la bambina, non parla più dopo lo shock della morte improvvisa del padre, ucciso dal perfido gangster Costa. Da allora sua madre indaga per catturarlo e per perseguire meglio il suo obiettivo affida la bambina alla persona sbagliata ma, per fortuna, la loro strada - grazie allo zampino del gatto Dino - si incrocia con Nico che nonostante rubi gioielli è persona di grande generosità. Non mancano gli ingredienti di umanità dei personaggi, dal lutto di Zoe ai sensi di colpa di sua madre per trascurare la figlia, e poi il tradimento, la pazzia, le visioni fantastiche, e infine i ritrovati amore e serenità.  Molti sono i critici che concordano nel definire questo film una dichiarazione d'amore al noir.

Felicioli e Gagnol sono due autori di un cinema di animazione di qualità e fanno parte del prestigioso studio Folimage. “Un gatto a Parigi” è il loro primo lungometraggio che, in verità, è stato prodotto nel 2010 e candidato agli Oscar nel 2011, ma in uscita nelle sale solo questo dicembre. Una grafica accattivante, un lavoro di ottima qualità che emoziona e commuove, anche con le musiche: il film si apre con I wished on the moon di Billie Holiday e continua con le musiche di Serge Besset, un compositore autore spesso di colonne sonore di film d’animazione. Il film è visivamente originale, accattivante e pieno di riferimenti: i personaggi sono disegnati tutti simili a quelli di Modigliani con le labbra sottili e i nasi stretti. Altri riferimenti espliciti: quello già citato a Hitchcock, sia nella suspense sia nelle ambientazioni notturne, e quello a “Le Iene” di Tarantino per i soprannomi comici dati alla gang del cattivissimo Victor Costa.

I personaggi si muovono con estrema fluidità fra i tetti di una splendida Parigi notturna e sulle sommità della cattedrale di Notre Dame. La falsa prospettiva, l’utilizzo non realistico dei colori, gli scenari spesso bidimensionali conferiscono una singolarità al film facendolo avvicinare più alla pittura che allo stile dell’odierna animazione, e proprio per questo “Un gatto a Parigi” è da considerarsi un film originale.
 
Ghisi Grütter
 
 

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