11 aprile 2015

Recensione film VERGINE GIURATA di Laura BISPURI



 


Le identità ritrovate

 

Valbona in Albania, con i suoi alti fiordi, è molto poco frequentata da turisti principalmente a causa della brutta strada impervia di accesso. Hana, vestita da uomo, scende a valle, si fa traversare lungo il fiume, arriva a Tirana da cui in pullman raggiunge Bolzano dove ha rintracciato Lila sua sorella d’adozione. Bellissime le immagini di questa parte del primo lungometraggio di Laura Bispuri, tratto dall’omonimo romanzo di Elvira Dones, presentato alla 65° Berlinale e vincitore del “Firebird Award” all’Hong Kong International Film Festival.

La vita delle due ragazze a Valbona era stata molto dura: una ferrea impostazione maschilista toglieva loro ogni possibilità sia di libertà, sia d’impegno nel lavoro sui monti e nella foresta.

Le due ragazze hanno dato due risposte diverse al problema: Lila non ha accettato un matrimonio combinato e se n’è scappata con l’uomo che credeva di amare trasferendosi all’estero. Hana soccombe alle tradizioni tribali, e si traveste da uomo (Mark) per poter lavorare in pace, cacciare e poi accudire la matrigna, una volta rimasta vedova. Per fare ciò Hana è costretta a rivolgersi al Kanun: solo giurando di rimanere vergine a vita potrà ottenere ciò che è a esclusivo appannaggio degli uomini: la libertà di essere ciò che vuole, tranne essere una donna. Scegliendo di diventare una burrnesha, Hana rinuncia alla sua identità, comprimendo la carne e reprimendo il suo spirito. Il rifiuto di sé donna diventerà la sua prigione: la legge del Kanun si basa sull’onore di chi lo contrae che giura fedeltà eterna.

Ma quando entrambi genitori adottivi moriranno, non sentirà più né l’obbligo di gratitudine né il peso del giuramento fatto e partirà alla ricerca della sua amichetta Lila che le vicende della vita hanno fatto separare.

E lì – a Bolzano- nella casa di Lila con marito e figlia, danzatrice acquatica in sincrono, assistendo alle prove atletiche in piscina Mark/Hanna, piano piano ritrova la curiosità e il desiderio di riappropriarsi della sua parte femminile. E lo fa lentamente – molto lentamente - con dubbi, curiosità ma anche tentennamenti, finché l’amica ritrovata la spinge ad abbandonare il camuffamento e a lasciarsi andare.

Lunghi piani sequenza, tempi quasi reali, camera sempre dietro Hana/Mark che cammina, come a scoprire insieme un mondo; primi piani della pelle di volti, di nasi e di corpi attorno alla piscina. Il montaggio della storia tutta inframezzata da flash-back rende il film un po’ poco scorrevole ma la regista è giovane e sicuramente migliorerà. Colloqui minimi ed essenziali, in cui le stesse due lingue narrano il processo delle ritrovate identità delle due amiche/sorelle: Hana riuscirà a parlare l’italiano e Lila ricomincerà a parlare l’albanese che aveva rimosso. L’androgina Alba Rohrwacher è ripresa quasi sempre di profilo o di scorcio e ha l’intensità dei volti duecenteschi, ma anche la fissità, dei dipinti da Duccio di Boninsegna.
 
Ghisi Grütter

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