23 gennaio 2015

ANCORA SU VANESSA E GRETA

 
 
 
 
Malgrado il nostro appello al silenzio,la stampa e la televisione continuano ad occuparsi del caso delle due cooperanti ,Vanessa e Greta,rapite in Siria e recentemente liberate.
Questo che segue è il commento di Marchesini su un articolo pubblicato sul Manifesto.
 
Invidio a Bia Sarasini la sicurezza con cui, su il Manifesto di ieri (21/1), definisce Greta e Vanessa “due semplici ragazze coraggiose”.   Io tifo perché lei abbia ragione, e spero che nessun possibile fatto nuovo incrini la sua sicurezza o la smentisca. All’età delle due ragazze lombarde sono stato anch’io, con molti altri giovani, in luoghi colpiti da calamità. L’alluvione a Firenze nel ’66, il terremoto nel Belice nel gennaio del 68, e infine quello che ha colpito catastroficamente Basilicata e Irpinia nel 1980. In quei luoghi di distruzione e sofferenza ho incontrato molte ragazze mie coetanee. Eravamo in gruppo, seguiti dall’Università, associazioni o altre strutture di volontariato e soccorso. Lavoravamo coordinati con le forze pubbliche e le autorità civili del posto. Non erano luoghi sconosciuti in paesi lontani e stranieri, non c’era in corso una sanguinosa guerra civile. Erano aree e regioni del nostro Paese, c’era bisogno di dare una mano per ridurre il più possibile il danno subito da intere popolazioni. Io penso che noi giovani soccorritori allora eravamo realmente e semplicemente definibili come coraggiosi e generosi. Malgrado Gasparri e la indecente e misogina canea dei suoi seguaci, anch’io però nel caso di Vanessa e Greta nutro dei dubbi. Possono partire, per una zona infestata in Siria da guerra civile alimentata da religioni in guerra e opposte etnie, due ventenni milanesi da sole per portare kit di medicazione destinati a tutte le vittime di ogni parte? Certo, sono maggiorenni. Ma è sufficiente per mettere seriamente a repentaglio la propria vita ed eventualmente anche quella altrui?

Immagino che, se una ipotetica figlia ventenne di Bia Sarasini si fosse a lei presentata per annunciarle un simile progetto, insieme a una reazione di ammirazione orgogliosa per la generosità, Bia Sarasini avrebbe avuto anche altre reazioni. La prima che a me viene spontanea: figlia mia, perché non ti unisci alla Caritas e ad altre organizzazioni che alla stazione di Milano e nel suo hinterland si occupano di assistenza alle centinaia di migranti e rifugiati che vi approdano ogni giorno?  Non ce n’è abbastanza per sentirti utile e benefica?   Svolgendo tale tipo di azione persuasiva, qualcuno avrebbe potuto accusare Bia Sarasini di misoginia, o di non rispettare la volontà della figlia? Insomma, un punto di vista, una responsabilità di noi adulti genitori esiste ancora? Lo so, lo so, i tempi sono terribili: ma per cavarsela basta affermare che ragazze e ragazzi che partono soli per soccorrere le vittime di una guerra civile in Siria sono “semplicemente coraggiosi”?

Ripeto, invidio le certezze di Bia. Ma io lascerei spazio anche a valutazioni diverse: perché non ritenere le ragazze anche “avventate, irresponsabili e sconsiderate”? Perché così scatta lo stigma della misoginia? Ma non rischia di diventare paradossalmente anche questo, per quanto invertito, un pregiudizio sessista?
Gian Carlo Marchesini

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