7 gennaio 2015

UNA VALUTAZIONE DELLA PRESIDENZA ITALIANA DELL'UNIONE EUROPEA

Siamo in molti, credo, ad non esserci accorti,visti i toni che il nostro premier ha usato nei confronti dell'Unione Europea,che spettava all' l'Italia la presidenza di turno dell'Unione Europea nel passato semestre.
Sembrava quasi che fosse la Germania e quindi la Merkel, viste le continue dichiarazioni della signora  sugli argomenti più disparati che riguardavano la vita dell'Unione come anche dal fitto calendario di visite effettuate presso gli Stati membri dell'Unione .
Ci viene in soccorso questo articolo apparso sulla newsletter di Affarinternazionali,che  ci aiuta a capire meglio e a chiarirci le idee.
 
D.F.
 
 


Presidenza italiana dell’Ue
Semestre breve, sfortunato e limitato
Gianni Bonvicini
26/12/2014
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Il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea (Ue) si è chiuso con il Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre. Si è trattato di un semestre breve, poiché il secondo dell’anno sconta il blocco delle attività dell’Ue ad agosto e le lunghe vacanze natalizie.

Fare un bilancio si dimostra più difficile del solito per un paio di altre ragioni. La prima è che, malgrado la grande enfasi che il mondo politico e i mass media italiani hanno dato a questa nostra responsabilità, i semestri di presidenza contano oggi sempre meno.

Il sistema di rotazione semestrale è stato fortemente limitato dal Trattato di Lisbona che ha optato per una presidenza “permanente” dello stesso Consiglio europeo, oggi guidato dal polacco Donald Tusk, e del Consiglio affari esteri gestito per i prossimi 5 anni dall’Alto rappresentante per la politica estera, la nostra Federica Mogherini.

La seconda ragione è che l’Italia ha avuto la “sfortuna” di trovarsi a gestire un semestre privo di interlocutori istituzionali all’inizio della legislatura: la nomina della nuova Commissione e delle altre cariche al vertice dell’Ue hanno occupato quasi l’intero periodo a disposizione.

Crescita, Mogherini e Triton
Il giudizio è quindi parziale. In ogni caso, è possibile affermare che almeno tre messaggi positivi sono passati: l’avere messo al primo posto dell’agenda dell’Unione il tema della crescita; l’essere riusciti ad ottenere la nomina di Mogherini con l’obiettivo di riportare l’attenzione dei nostri soci baltici e scandinavi sul Mediterraneo e non solo sull’Ucraina; avere portato a casa il parziale risultato di un’operazione comune, Triton, per la gestione dell’immigrazione.

Quello che ci interessa è però mettere in luce un limite politico/istituzionale nel pensiero del nostro governo, in particolare di Matteo Renzi, che potrebbe avere effetti negativi ben al di là del semestre di presidenza. Limiti legati ad una scarsa conoscenza della logica con cui funzionano gli organismi comunitari.

Attacchi di Renzi alla Commissione Juncker
Ci riferiamo ai reiterati e in alcuni casi furiosi attacchi di Renzi all’operato della Commissione, tanto da obbligare il nuovo presidente Jean Claude Juncker, subentrato all’inconsistente Barroso, a dichiarare che a Bruxelles non opera “una banda di burocrati”.

Prendersela con la Commissione è in effetti uno sport che accomuna i nostri partiti di opposizione, dai grillini ai leghisti, e che è diffuso anche in altri paesi dell’Ue, soprattutto fra quelli che hanno da farsi perdonare qualcosa. Che poi lo faccia anche chi ha il compito di presiedere il semestre di turno è piuttosto grave.

Va infatti fatto notare al nostro premier che la Commissione esercita grandi poteri di controllo su come si comportano (spesso male) gli stati membri, ma che questi poteri le vengono attribuiti da decisioni prese dal Consiglio europeo: cioè dallo stesso organismo cui partecipa Renzi.

Oggi non vi è foglia che si muova nell’Ue senza che essa passi al vaglio del Consiglio dei capi di governo e dei loro ministri. Inutile quindi prendersela con l’esecutivo di Bruxelles. Sarebbe piuttosto il caso di lavorare per rendere i meccanismi decisionali europei più trasparenti e legittimi.

Ue, sistema di governo cercasi
In effetti il problema centrale che l’Ue si trova oggi ad affrontare non è tanto la persistente crisi economica o l’eccesso di regole attraverso le quali si cerca di gestirla, quanto la mancanza di un sistema di governo cui fare risalire le decisioni politiche.

Nei fatti, come abbiamo detto, è il Consiglio europeo a rappresentare la massima istanza politica, ma poi la palla passa al Consiglio dei ministri e alla Commissione che rappresentano la sintesi comune della decisione.

Il giochetto, quindi, è che i singoli capi di governo prendono la decisione al vertice e poi tornano nelle rispettive capitali dove cominciano a criticare le loro stesse decisioni e la Commissione che le mette in pratica.

Questo sistema non potrà reggere a lungo, anche perché il Consiglio europeo manca della necessaria continuità per potere governare e affida quindi alle regole e ai criteri di convergenza il compito di governare, con la Commissione che funge da disprezzato vassallo.

Fra qualche giorno la responsabilità del semestre passa alla Lettonia e fra altri sei mesi al Lussemburgo. Il futuro dell’Ue non è certo in questo meccanismo barocco di continue successioni alla presidenza, ma in un maggiore senso di comunità e di destino comune da parte dei nostri leader, a cominciare da Matteo Renzi.

A questo scopo, i problematici aspetti istituzionali dell’Ue devono essere valutati con maggiore attenzione e senso della misura.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.
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