10 gennaio 2015

Recensione film AMERICAN SNIPER di Clint Eastwood

 
 
 
 
 
Non tutti i critici sono concordi nell’affermare che Clint Eastwood confezioni un film antibellico partendo dalla vera storia di Chris Kyle, l’infallibile cecchino americano di alta specializzazione reduce dalla guerra in Iraq. In effetti, la descrizione dell’eroe è un po’ troppo compiaciuta, però io voglio pensare che comunque il film, in generale, faccia riflettere anche sulla questione delle armi negli Stati Uniti.
Chris – un bravissimo Bradley Cooper - è stato educato dal padre a sparare, ad andare a caccia e a essere un “cane da pastore”; né pecora né lupo ma colui che salva le pecore dal lupo, secondo la stessa descrizione paterna delle tipologie umane. Dopo i soliti addestramenti durissimi in cui è riproposta l’immancabile competizione tra chi è più “maschio”, Chris diventa un Navy Seal.
Dal 2003 per sei anni protegge i marines nella Guerra del Golfo diventando una “leggenda” per la sua abilità e dedizione.
Eastwood si mette a parlare di guerra e di dipendenza, al confine tra coraggio e alienazione – e in particolare della guerra in Iraq già più volte esplorata dalla stessa cinematografia americana; basti citare su tutti la regista Kathryn Bigelow con il film “The Hurt Locker”. L'immagine che il regista restituisce dell'Iraq non è nuova ed è certamente di parte ma ciò che è importante è il “buio della guerra” e di come attiri a sé un uomo in grado di riconoscere in pochi secondi il nemico che ha di fronte e di farlo fuori.
Il crescendo degli spari arriva alla scena clou in cui lo spettatore è efficacemente frastornato dal fragore degli spari in tutte le direzioni, dalla polvere e dai razzi e dove è impossibile riconoscere persino i combattenti tra loro.
Quando Chris Kyle, torna a casa dalla moglie (Sienna Miller) e dai bambini che quasi non conosce comincia a soffrire di disturbo post-traumatico da stress (PTSD),  patologia che colpisce molti veterani di guerra: riuscirà a uscirne e nel 2012 – ma il film non lo narra – scriverà tutta la sua storia in un’autobiografia che venderà più di un milione di copie. Se non fosse morto assassinato da un reduce impazzito lo scorso febbraio, con ogni probabilità American Sniper sarebbe stato girato comunque magari da un altro regista sensibile all’eroismo americano, ma è proprio quel tragico epilogo a far emergere tutto il nonsense e a convincere Clint Eastwood a farne una storia universale contro le follie della guerra.

Ghisi Grütter

Nessun commento:

Posta un commento