17 settembre 2016

Recensione film: HEART OF A DOG regia di Laurie Anderson


Considerato un evento speciale, martedì e mercoledì di questa settimana  a Roma, è stato proiettato in un paio di sale Heart of a Dog che è il primo film (sperimentale?) di Laurie Anderson, la quale aveva già elaborato precedentemente un documentario di un suo concerto del 1986. Il film della cantante-artista è stato presentato in concorso alla Biennale di Venezia 2016.

 Heart of a Dog, che la Anderson ha voluto dedicare a Lou Reed, suo compagno scomparso tre anni fa, parla proprio della morte, riflette sul senso della perdita, tratta il tema dell’abbandono, il tutto prendendo spunto dalla vita e della morte della sua adorata cagnolina rat terrier Lolabelle. I racconti sono visivamente intensi, spesso costruiti con ironia come ad esempio la scena dell’ambientazione della cagnetta con tutti gli altri cani già presenti nel quartiere newyorkese, così pure la fuga in California, dopo l’11 settembre, alla scoperta della natura, del verde e perfino dei falchi, una minaccia che viene dall’alto cui Lolabelle non aveva mai pensato!

I ricordi personali dell’autrice riaffiorano per associazione come in una seduta psicoanalitica. Molti suoi pensieri sono rivolti alla morte della madre, evento che l’ha segnata, e raccontandola Laurie ricorda l’apprezzamento della mamma sulla sua abilità in mare per aver salvato i suoi fratellini gemelli caduti nell’acqua gelida – una delle rare gratificazioni da parte della madre, sembrerebbe di capire.

Così la memoria va anche all’amico morto prematuramente, uno scultore che sezionava le case forse perché, pensa Laurie, non aveva mai superato la separazione dei suoi genitori. L’artista insegna al suo cagnolino a suonare una tastiera elettrica, coadiuvata da un’addestratrice, specialmente quando Lolabelle, diventata cieca, non aveva più coraggio di camminare ad esclusione delle corse serali sulla spiaggia in riva al mare, quando era sicura di non essere minacciata.

Una buona parte Laurie Anderson la dedica alla descrizione del “bardo” così come inteso nella cultura tibetana. Il bardo è lo stato della mente dopo la morte, lo stato “intermedio” prima della reincarnazione. La mente acquisisce status psichico simile a quello del sogno, è lo stato della mente dopo la morte, lo stadio intermedio, quando la coscienza viene separata dal corpo. La durata dello stato del bardo è di 49 giorni al massimo, ma in ogni momento può assumere una nuova vita in uno dei sei reami descritti dalla cosmologia Buddista. Lentamente il morto si distacca così dalle cose terrene, dalle sensazioni, dalle emozioni, dai ricordi. In tal modo la perdita è vissuta sia da chi abbandona la vita sia da chi viene abbandonato. In molte religioni la perdita è, in qualche modo, attutita ipotizzando che i defunti rimangano vicino ai vivi per almeno 40 giorni.

Anderson cita anche David Foster Wallac «ogni storia d'amore è una storia di fantasmi», non esiste quindi il lutto per l’autrice ma anzi la liberazione dell’amore.

Il brano "Turning Time Around" chiude il film che opera montaggi tra suoi disegni e le sue riprese. La voce fuori campo di Laurie che ha voluto parlare in italiano accompagna la visione per tutto il film.

 

Ghisi Grütter

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