4 settembre 2016

Sul referendum ed altre "cosucce":riflessioni montane di Umberto

 
Parliamo delle cose italiane come se fossero tipicità solo nostre; come se a questi nostri  problemi dovessimo dare soluzioni da altri trovate da lungo tempo. La presunta questione della governabilità, ottenibile soltanto se si ha una sola camera; la indiscussa questione della esigenza di “velocizzare” le decisioni, per non perdere il treno della tecnologia galoppante che rende obsoleta ogni decisione politica; la supposta necessità di irrobustire l’esecutivo fornendogli maggioranze stabili e liberandolo dalle paludi di legislativi aprioristicamente definiti ondivaghi,......
Sembra che siano problemi nostri o almeno che i problemi degli altri siano diversi;  sono invece il trend della storia nella cui corrente siamo trascinati, forse, noi, un poco più zoppi, per ragioni antiche.
Ho letto un breve articolo di Nadia Urbinati, comparso su La Repubblica, che -  prendendo spunto dalla situazione spagnola (la bocciatura di Rajoy, obbligherà quasi certamente, a meno di un miracolo, la Spagna a tornare alle urne per la terza volta,mentre, nel frattempo, il paese viaggia come un treno, secondo la numerologia economica del liberismo, come è già successo al Belgio) - spiega la situazione (non italiana, ma mondiale), per cui, ovunque, si rincorre una governabilità forte, come elemento necessario a un “auspicato minimalismo democratico”.
Riporto alcune righe dell’articolo, che, molto meglio di quanto saprei fare io, condensa questo “sentimento” pervasivo:
“e’ interessante osservare.....esecutivi forti che vadano a correggere la democrazia parlamentare classica, iperpolitica e basata su una società strutturata per corpi intermedi e partiti....si auspica un minimalismo democratico. Un’aspirazione che gli estensori del documento sulla crisis of democracy, per la commissione trilaterale, avevano caldeggiato già nel 1975 per correggere una società civile troppo politicizzata e con una rappresentanza politica troppo direttamente protagonista nelle scelte dei governi. Interrompere questo circolo vizioso tra società e politica, era possibile, si legge nel documento della Trilaterale, correggendo il sistema istituzionale in senso esecutivista e nello stesso tempo liberando la società civile dai vincoli delle politiche redistributive e dello stato sociale. Il minimalismo democratico è coerente con questo progetto di depoliticizzazione. In questa diagnosi, il declino della partecipazione nei partiti e nella politica elettorale non è soltanto desiderabile, ma segno della funzionalità dell’ordine sociale....”.
Va bene; non va bene? A me non piace per niente, per cui – non sentendomi per niente un gufo, un menagramo, un conservatore, ....voterò no al referendum, perché  non si può votare per parti, ma si prende o si lascia tutto insieme e io tutto insieme, non intendo prenderlo.
E’ probabile che vincano i sì; per convinzione, per paura, ....turandosi il naso, chiudendo gli occhi, convinti da Marchionne e dalla Confindustria o dalla ineffabile Marcegaglia, che tifano, come sempre hanno fatto, per l’uomo forte (anzi,per un uomo debole in un sistema forte) per un”pubblico” asfittico e un “privato” debordante che ha bisogno di poteri politici consonanti con il predominio della libera iniziativa e liberi da vincoli socialmente complessi.
Il modo di concepire la società, che questo “sentimento”, che accomuna tutte le disgregate società del globo -  nostra compresa -  ci propone con la forza di un rullo compressore, mi trova sicuro oppositore, senza tentennamenti.
Uno dei deus ex machina del G20, che si tiene in Cina (paese ortodossamente capitalista – pronto a discutere tesi avverse), ex vice presidente della Bank of Cina, Zhang Yanling, in un testo raccolto per il Sole24ore, ha dichiarato:
“si dice che i businessmen creano il mondo; i politici lo gestiscono. Niente è più vero di questa affermazione”
Quello che sta succedendo nelle istituzioni di tutto il mondo è proprio questo.
L’economia liberista egemonica sta spingendo la classe politica mondiale a forgiare un assetto istituzionale ad hoc.
 
Rientra in pieno in questo discorso, insieme alla enorme mole di argomenti capitali (uber e i nuovi monopoli; TTIP, le sue difficoltà el’arroganza dei suoi fautori interessati ; le civiltà e le donne; la scienza e le rivoluzioni della vita; la concorrenza finta e gli oligopoli veri; la stagnazione permanente e le vite sempre più precarie;.... ) che – ci piaccia o no – condizioneranno il futuro remoto ma anche il nostro prossimo e potrebbero scombinare molti scenari.
 
Dalla montagna, ancora per una decina di giorni.
 
Umberto Pradella

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