23 ottobre 2016

Recensione film :AMERICAN PASTORAL regia di Ewan Mc Gregor





AMERICAN PASTORAL

Regia di Ewan Mc Gregor

Con Ewan Mc Gregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, David Strathairn, Peter Riegert, Uzo Aduba, Molly Parker, Rupert Evans del 2016. Sceneggiatura di John Romano. Musiche di Alexander Desplat. Fotografia di Martin Ruhe. Scene di Daniel B. Clancy.

 
Per la sua prima regia, lo scozzese Ewan Mc Gregor avrebbe fatto meglio a scegliere un tema meno difficile. Tratto dal libro omonimo di Philip Roth con cui nel 1997 vinse il Premio Pulitzer, American Pastoral presenta tutti i problemi tipici di una trasposizione dallo scritto alle immagini in movimento.

Il protagonista Seymour Levov (lo stesso Ewan Mc Gregor) – biondo e scultoreo idolo sportivo universitario detto lo “Svedese” - e la moglie Dawn (Jennifer Connelly), una bella shiksa (non ebrea in Yiddish) di modeste origini, vivono in una fattoria nella campagna di Newark, New Jersey, dove lui prende in mano la direzione della Newark Maid, l’esclusiva fabbrica di guanti posseduta dalla famiglia Levov. Hanno una sola figlia Merry (Dakota Fenning), una bella bambina bionda sveglia e intelligente che ha solo un piccolo problema di balbuzie. La psicoterapeuta dove i genitori la portano, ipotizza come motivazione, una sua richiesta di attenzioni al padre, in competitività con la mamma già reginetta di bellezza, eletta anni prima Miss New Jersey.

Si vede così crescere Merry diventare adolescente e abbracciare la ribellione degli anni ’60, contro il capitalismo e contro Lyndon B. Johnson, presidente dal 1963 al 1969, per la guerra in Vietnam, a causa delle atrocità operate dagli Americani sulle popolazioni civili. Da quel momento la ragazza compie atti terroristici, entra in clandestinità e non vuole più avere nessun rapporto con la famiglia di origine né con l’ovattato mondo borghese, dove è cresciuta. Un dettaglio non irrilevante, che il neo-regista mostra, è che Merry, una volta trovata la sua strada, smetterà finalmente di balbettare.

La storia, quindi, gira attorno all’impossibilità di un padre di accettare la diversità della figlia e delle sue scelte radicali, chiedendosi in che cosa abbia sbagliato nella sua educazione. Non si arrenderà mai neanche di fronte all’evidenza. Qui forse il film, nel tentare di narrare i sensi di colpa, fa sentire la grande differenza con il romanzo e con l’ebraitudine descritta da un ebreo doc come Philip Roth.

La tematica del fallimento del sogno americano, presente nel libro, perfino per un giovane a cui sembra andare tutto bene – successi sportivi, moglie bella, fabbrica efficiente – non si percepisce come metafora, forse perché le sofferenze individuali del protagonista prendono il sopravvento sul resto.

American Pastoral è girato tutto come un lungo flash back narrato da Jerry Levov (Rupert Evans), fratello di Seymour, al suo vecchio compagno di scuola lo scrittore Nathan Zuckerman (David Strathairn), alter-ego di Philip Roth in molti dei suoi romanzi. Le ambientazioni sono belle – le scene di Daniel B. Clancy Martin Ruhe e fotografate da sono sicuramente evocati i quadri di Edward Hopper - anche se le ricostruzioni anni ’60 sono un po’ stereotipate, segno evidente che Ewan Mc Gregory non li ha vissuti. In tal modo la figura della figlia risulta un po’ ridicola e la moglie insopportabile, mentre l’unico personaggio che emerge, grazie anche alla recitazione, è il protagonista, Seymour lo “Svedese”.

La colonna sonora è ben studiata dall’ormai famoso Alexander Desplat vincitore dell’Oscar 2015 per la musica di Gran Budapest Hotel.

 

Ghisi Grütter

 
 

Nessun commento:

Posta un commento