22 ottobre 2016

Recensione film: LETTERE DA BERLINO regia di Vincent Pérez


 



 Con Emma Thompson, Brendan Gleeson, Daniel Brühl, del 2016. Sceneggiatura di Achime e Bettine von Borries. Musiche di Alexander Desplat.

 

Berlino 1940. Anna e Otto Quangel, una coppia di operai berlinesi, ricevono la notizia dalla Wehrmacht che il loro unico figlio è morto al fronte. “Morto per la patria e per il Führer”, recita il comunicato. Da questo tragico evento i due si rendono conto di quante menzogne avesse costruito il nazismo e che tipo di tiranno fosse Hitler – probabilmente senza neanche sapere quanto fosse vero e che mostruosità fossero realmente in atto.

Otto (un magnifico Brendan Gleeson), per sfogare il suo dolore, inizia a scrivere un paio di cartoline quasi un grido di dolore e un’istigazione alla ribellione; le lascia in punti strategici come ad esempio sulle scale interne di un palazzo di uffici, in pieno giorno. Diventando sempre più abile nella scrittura col pennino – usa anche i guanti per non lasciare impronte – e per lasciare le sue cartoline illustrate, si reca in zone sempre di più lontane cambiando tram e autobus.  La moglie Anna (Emma Thompson da Oscar) è con lui fin dall’inizio, lo sostiene, lo controlla, lo aiuta. Poi anche lei prenderà l’iniziativa di portare autonomamente qualche cartolina in luoghi pubblici, possibilmente affollati, come ad esempio le scuole. Otto scriverà duecentottantacinque cartoline di cui la maggior parte verrà alla fine recapitata a Escherich, l’ispettore di polizia (Daniel Brühl). Inizierà una caccia all’uomo-ombra, considerato un pericoloso sovversivo, che finirà con l’arresto della coppia e con la loro decapitazione.

Il regista in questo film ci mostra un’inedita Berlino (anche se forse non tutto il film è girato lì) fatta di vicoli e di strade, viste attraverso i percorsi di Otto e Anna nella loro piccola rivoluzione urbana: officine, palazzi d’uffici e residenze diverse, da quelle piccolo borghesi a quelle sontuose degli ufficiali. Non c’è la Berlino monumentale e maestosa - né Alexander Platz né Unter den Linden - ma c’è una città vissuta quotidianamente nei luoghi funzionali, inclusa la sede della Gestapo.

All’interno del condominio dove vivono i Quangel, si trovano vari personaggi con le loro mini-storie: il giudice integerrimo che si rivelerà persona buona e perbene, la signora Rosenthal nascosta e aiutata dalla postina Vera che troverà la morte suicidandosi, il giovane ex bambino che adesso fa parte anche lui delle SS e i due barboni che spiano gli abitanti del palazzo per ricavarne un profitto.

Vincént Pérez - attore svizzero con qualche esperienza di regia come Pelle D'angelo del 2002 - crea un’ottima ricostruzione dell’epoca sottolineata dall'eccellente colonna sonora di Alexander Desplat (premio Oscar 2015 per Gran Budapest Hotel). Descrive le violenze con scene crude e sintetiche e ricorre alle interpretazioni magistrali di entrambi i protagonisti che, da soli, valgono tutto il film. Tratto da un Ognuno muore solo, un romanzo di Hans Fallada sulla resistenza berlinese famoso in Germania, presentato in concorso alla 66ma edizione della Berlinale, Lettere da Berlino è un film notevole, a parte qualche piccolo dubbio sullo sviluppo della vicenda – più sulla sceneggiatura che sulla regia - e sulla non eccessivamente sottolineata suspense.

 

Ghisi Grütter

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