25 settembre 2017

La Catalogna vista da un basco

 
 
 
In passato abbiamo  pubblicato spesso sul nostro giornale molti interventi di Massimo Marnetto, da lui inviate in qualità di Coordinatore del Circolo Romano di Libertà e Giustizia.  Questa mattina abbiamo ricevuto una sua nuova mail con il resoconto delle amichevoli conversazione di un  pranzo domenicale tra amici al quale Massimo ha preso parte. Il resoconto ci è piaciuto e  trovato interessante.
Ve lo proponiamo Buona lettura.

 
                                         
                                                        La bandiera della Catalogna
 
Pranzo domenicale da amici in campagna, dove tutti abbiamo portato qualcosa. Davanti a me c'è un docente basco, da tanti anni in Italia. Mi versa un'ottima zuppa di ceci e castagne, tipica di questi posti nei Monti Cimini. Dopo qualche chiacchiera, gli chiedo della Catalogna, vista da un basco.
"E' una situazione complicata. Passato e presente s'intrecciano. Il centralismo di Madrid ha sempre soffocato le comunità identitarie. Dove si parla persino una lingua diversa. Sai che se parlo basco uno spagnolo non mi capisce?"

Ma è una questione di ideali o di interessi, visto che la Catalogna è una delle regioni più ricche della Spagna? Anche in Italia, le regioni più ricche vogliono la secessione.
"Sì, i soldi sono un argomento importante, perché i catalani danno in tasse molto più di quanto ricevono in servizi. Il grosso va a Madrid e la gente non pensa più che sia distribuito ad altre regioni meno prospere, ma che finisca nella corruzione ".

Si aggiungono alla discussione altri commensali e altre domande.
Ma cosa c'è veramente sotto questa rivolta?
"C'è una diversità culturale enorme tra questa regione - dinamica, progressista, cosmopolita, evoluta - e il resto della Spagna, ancora dominato da una società profondamente agricola, conservatrice e che viene foraggiata e controllata con generosi sussidi.

La Chiesa in Catalogna è neutrale?
"Scherzi? Ci sono parrocchie che espongono la bandiera catalana. Un convento di suore di clausura ha dato la dispensa ad una loro sorella - medico e teologa - per andare tra la gente e sostenere il movimento. Tieni conto che la Chiesa catalana è profondamente conciliare, aperta, e spesso ha dovuto subire la disciplina della curia di Madrid".

Ma c'è una Costituzione che non prevede separazioni. Perché non si ragiona sull'autonomia, invece che sull'indipendenza?
"Credo, spero che alla fine saranno - tutti - obbligati a sedersi intorno a un tavolo e a parlare di nuove forme di convivenza. Non so se questa energia popolare si potrà incanalare in nuove forme di autonomia, ma Rajoy sbaglierebbe ad usare ancora la forza. Già ora, spesso la polizia locale, nelle manifestazioni, si toglie i caschi e si rifiuta di manganellare i dimostranti con le mani alzate. E la gente applaude.

Ma allora l'Europa - interviene anche il padrone di casa - che fine fa? Non ti sembra un controsenso che questa voglia di secessione in uno stato si manifesti mentre si spinge per una maggiore unione tra gli stati?
"E' un controsenso solo apparente. In Catalogna sono più europeisti che in molti altri stati. Ma in Europa vogliono andare come nazione, non come regione."

Doveva piovere, invece c'è l'ultima aria tiepida che muove le chiome degli alberi. Fa bene parlare con calma.

Massimo Marnetto





 
Pranzo domenicale da amici in campagna, dove tutti abbiamo portato qualcosa. Davanti a me c'è un docente basco, da tanti anni in Italia. Mi versa un'ottima zuppa di ceci e castagne, tipica di questi posti nei Monti Cimini. Dopo qualche chiacchiera, gli chiedo della Catalogna, vista da un basco.
"E' una situazione complicata. Passato e presente s'intrecciano. Il centralismo di Madrid ha sempre soffocato le comunità identitarie. Dove si parla persino una lingua diversa. Sai che se parlo basco uno spagnolo non mi capisce?"


Ma è una questione di ideali o di interessi, visto che la Catalogna è una delle regioni più ricche della Spagna? Anche in Italia, le regioni più ricche vogliono la secessione.
"Sì, i soldi sono un argomento importante, perché i catalani danno in tasse molto più di quanto ricevono in servizi. Il grosso va a Madrid e la gente non pensa più che sia distribuito ad altre regioni meno prospere, ma che finisca nella corruzione ".
Si aggiungono alla discussione altri commensali e altre domande.
Ma cosa c'è veramente sotto questa rivolta?
"C'è una diversità culturale enorme tra questa regione - dinamica, progressista, cosmopolita, evoluta - e il resto della Spagna, ancora dominato da una società profondamente agricola, conservatrice e che viene foraggiata e controllata con generosi sussidi.
 
 
La Chiesa in Catalogna è neutrale?
"Scherzi? Ci sono parrocchie che espongono la bandiera catalana. Un convento di suore di clausura ha dato la dispensa ad una loro sorella - medico e teologa - per andare tra la gente e sostenere il movimento. Tieni conto che la Chiesa catalana è profondamente conciliante, aperta, e spesso ha dovuto subire la disciplina della curia di Madrid".
 
Ma c'è una Costituzione che non prevede separazioni. Perché non si ragiona sull'autonomia, invece che sull'indipendenza?
"Credo, spero che alla fine saranno - tutti - obbligati a sedersi intorno a un tavolo e a parlare di nuove forme di convivenza. Non so se questa energia popolare si potrà incanalare in nuove forme di autonomia, ma Rajoy sbaglierebbe ad usare ancora la forza. Già ora, spesso la polizia locale, nelle manifestazioni, si toglie i caschi e si rifiuta di manganellare i dimostranti con le mani alzate. E la gente applaude.
 
Ma allora l'Europa - interviene anche il padrone di casa - che fine fa? Non ti sembra un controsenso che questa voglia di secessione in uno stato si manifesti mentre si spinge per una maggiore unione tra gli stati?
"E' un controsenso solo apparente. In Catalogna sono più europeisti che in molti altri stati. Ma in Europa vogliono andare come nazione, non come regione."
 
Doveva piovere, invece c'è l'ultima aria tiepida che muove le chiome degli alberi. Fa bene parlare con calma.


Massimo Marnetto


I commenti in rete




La conversazione riferita da Marnetto è interessante e dà lo spunto alla possibilità di entrare nel merito di un problema importante: la cessione di sovranità.
L’Europa, a mio giudizio, sta soffrendo perché nessuno se la sente di cedere parte della propria autonomia: i governi perché dovrebbero cedere ad altri i propri privilegi ( sono amaro ), e le nazioni nel loro complesso perché certamente avrebbero vincoli che oggi gli abitanti non hanno e non vogliono avere. Per non parlare dell’Italia, penso all’Ungheria e all’Inghilterra.
Tornando alla Catalogna, quando una regione progredita, culturalmente e industrialmente, ritiene di pagare più tasse del resto del paese, e di avere, quindi,  diritto ad una maggiore autonomia, dovrebbe tenere presente  i vantaggi che provengono dal fare parte di una comunità più numerosa.
Il Veneto voleva la secessione?  ( ricordo il carro armato a piazza S.Marco )
Qualcuno gli dovrebbe ricordare il trattato di Campoformio ( 1797 ).
Napoleone aveva vinto la guerra con l’Austria ( se non mi sbaglio contro la prima coalizione ), conquistando la Lombardia e voleva che l’Austria gliela cedesse definitivamente. Per ottenerla la scambiò col Veneto. "Tu mi dai la Lombardia ed io ti do il Veneto". Ma non era un suo possedimento! Era una repubblica indipendente, autonoma da secoli, gloriosa, anche se un po' debole. Ma  la cedette come fosse sua.
Viceversa l’Alto Adige, provincia austriaca, da sempre rivendicata dall’Italia, non era autonoma e per ottenerne la cessione si dovettero fare quattro guerre, di cui solo l’ultima, la grande guerra, ottenne il risultato voluto.
Quelli che andarono a piazza S.Marco col carro armato, nella loro ignoranza credo non conoscessero il trattato di Campoformio.
Tornando alla Catalogna questa dovrebbe tenere presente che l’unione fa la forza, e che questa ha un prezzo. Quando Napoleone conquistò la Spagna furono l’Aragona e l’Andalusia a ribellarsi e a ristabilire, a beneficio di tutti, l’indipendenza della Spagna.
Grippo

 

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