30 settembre 2017

Recensione film: IL COLORE NASCOSTO DELLE COSE regia di Silvio Soldini


 Con Valeria Golino, Adriano Giannini, Arianna Scommegna, Laura Adriani, Anna Ferzetti, Beniamino Marcone, Valentina Carnelutti, Mattia Sbragia, Giuseppe Cederna, del 2017. Sceneggiatura di Silvio Soldini con Doriana Leondeff e Davide Lantieri.




Silvio Soldini è uno dei miei autori italiani preferiti. Ha fatto vari buoni film, ma a me è piaciuto moltissimo il suo Brucio nel vento del 2002, tratto da un romanzo dell’ungherese Ágota Kristóf, e che ho trovato un po’ truffautiano. La capacità di inserire l’elemento del sogno e di dare spazio alla fantasia, all’interno di vite talvolta monotone, mi pare sia una caratteristica di questo regista che si distacca dal neo-neorealismo di tantissimi autori italiani, forse anche perché Soldini ha studiato cinematografia presso la New York University. Anche quando gira dei documentari – come ne Il fiume ha sempre ragione del 2016 – la carica poetica si coniuga con quella tecnica. La sua concezione di cinema sembra essere quella di “una lente attraverso la quale si legge la vita”, che porta avanti con una regia rigorosa, minimalista, e un tocco leggero in contrapposizione ai personaggi inquieti che descrive nei suoi film.

In Il colore nascosto delle cose Soldini affronta il tema della cecità, ma sembra quasi un pretesto per parlare del mondo femminile versus quello maschile. Ha scelto di descrivere il rapporto che nasce tra Emma (una splendida e bravissima Valeria Golino), un’osteopata non vedente e Teo (il seduttivo Adriano Giannini), un pubblicitario playboy che lavora come in un’importante agenzia. Lui è il simbolo del maschio italiano (ma solo italiano?), ancora immaturo a quarant’anni, affetto di peterpanismo, incapace di affrontare le cose per quello che sono e di dire la verità anche, e specialmente, quando potrebbe far male. Quindi Teo finisce per comportarsi male con tutte le donne con cui ha un rapporto, anche con quella che crede di amare. Siamo a Roma in un habitat medio borghese – si riconosce qua e là il quartiere Flaminio - he vive e lavora in edifici alti attorno ad ampi cortili. Teo conosce casualmente Emma partecipando all’esperienza dei “Dialoghi al buio” in cui si viene guidati in un percorso privo di fonti luminose, cercando di sviluppare gli altri quattro sensi. Lì le persone prive di vista sono avvantaggiate perché abituate all’ascolto, agli odori e a tutte le altre sensazioni. Sempre accidentalmente Teo rincontra Emma in un negozio di vestiti femminili e si riconoscono dalle voci. A lui scatta la curiosità - oltre alla vanità della conquista – e va in terapia da lei pur di parlarle e di tentare di sedurla. Man mano impara a conoscerla e scopre che è una donna estremamente differente a tutte quelle che ha conosciuto. Emma è una persona positiva e, nonostante sia diventata cieca da adolescente, autonoma e coraggiosa. È piena di interessi, ama e cura le piante, ama anche il cinema e la musica, e dà ripetizioni di francese a una ragazza anch’essa cieca che non vuole accettare la propria menomazione. Emma si è separata dal marito da circa un anno e si sente gratificata nel momento in cui un uomo, e per di più piacente, si interessi a lei e la desideri. Teo, forse per la prima volta nella sua vita, si sente utile a qualcuno che, in qualche misura, deve proteggere e accudire. È sempre sfuggito da ogni responsabilità anche in famiglia. Il padre gli è morto quando lui aveva sei anni e la madre si era risposata, ma Teo non è riuscito mai ad accettare il patrigno, pertanto non ha fatto altro che scappare dal piccolo paesino da cui proviene, e poi collegio, università, lavoro, donne. Non tornerà a casa neanche per il funerale del patrigno. Sembra che le sofferenze infantili forgino in maniera decisiva molti personaggi maschili del cinema: anche Truffaut narrava di Antoine Doinel che scappava da casa perché aveva patito le cattiverie del patrigno in I quattrocento colpi del 1959, il primo film della serie sulla vita di Antoine.

Nel 2014 Soldini si è trovato in cura terapia da un fisioterapista non vedente e su questa idea ha già girato il documentario Per altri occhi – avventure quotidiane di un manipolo di ciechi. Da qui ha costruito questa storia d’amore dove la donna, in quanto essere femminile e per di più non vedente, possiede una sensibilità molto sviluppata contro la quale cozza l’incapacità di essere corretto del “curioso delle donne” per dirla con Alberto Bevilacqua. Il film è stato presentato fuori concorso alla 79ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.


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