1 novembre 2017

Recensione film : DOVE NON HO MAI ABITATO regia di Paolo Franchi



Con Emanuelle Devos, Fabrizio Gifuni, Giulio Brogi, Isabella Briganti, Hippolyte Girardot, Gulia Michelini, Fausto Cabra, Jean Pierre Lorit, Alexia Florens, Valentina Cervi, Naike Rivelli, Yorgo Voyagis, del 2017. Fotografia di Fabio Cianchetti, montaggio di Alessio Doglione.



Il film ha una tematica “antica” di cui i film italiani non parlano più da anni: i turbamenti amorosi della buona borghesia. I registi che lo hanno fatto erano quelli attivi agli inizi degli anni ’60, in pieno boom economico e sviluppo industriale come, ad esempio, La notte di Michelangiolo Antonioni, che era stato girato nel 1961. Lì il senso di insoddisfazione che serpeggiava nella società italiana era descritto attraverso le vicende di una coppia in crisi, senza stimoli, in piena crisi personale e generazionale. Dove non ho mai abitato, al contrario, non riflette affatto i giorni di oggi: non c’è accenno di alcuna crisi economica, anzi lo studio professionale di architettura ha parecchi lavori in progress, mentre sappiamo bene che oggi i laureati in architettura finiscono spesso a fare i commessi in un negozio di scarpe o di computer. Degli amori e delle ipocrisie borghesi parlano ancora molti film francesi come, ad esempio, L’économie du couple di Joachim Lafosse del 2016 - tradotto in italiano come Dopo l’amore - e, guarda caso, Dove non ho mai abitato è per metà parlato in francese. Infatti, Francesca (Emanuelle Devos) la protagonista, suo marito (Hippolyte Girardot) e sua figlia adolescente (Alexia Florens), sono tutti francesi e vivono a Parigi. L’anziano padre di Francesca, Manfredi, è architetto (Giulio Brogi) ed è invece rimasto a Torino, dove ha uno studio professionale affermato, in società con Massimo (Fabrizio Gifuni), un collega più giovane, suo ex allievo. Il vecchio ha un caratteraccio, è volitivo, determinato, dice tutto ciò che pensa ed è piuttosto autoritario. Non sopporta che la figlia abbia rinunciato a fare l’architetto per andarsene a Parigi per essere solo la moglie di un finanziere accondiscendente e di troppo buon carattere. Ha invece un bel rapporto con Massimo con cui condivide le idee di lavoro e lo considera un po’ il figlio maschio che non ha mai avuto. Francesca anche se aveva un notevole talento, schiacciata da entrambi genitori artisti e progettisti, dopo la morte della madre era fuggita via per cercare una sua identità al di là della professione “di famiglia”.
Siamo dunque in una Torino opulenta che non ha né problemi né di smog, né quelli di “buchi nel bilancio”. La sera del suo 84mo compleanno, Manfredi cade e si rompe il femore, quindi Francesca decide di rimanere a Torino per prendersi cura di lui. Il padre le chiederà di occuparsi, assieme a Massimo, della ristrutturazione di una villa sul lago per una giovane coppia innamorata. Sia Massimo, sia Francesca sono contrariati ma alla fine si trovano, non volendo, a lavorare insieme. Ne nascerà un sentimento intenso, anche se non dichiarato che porterà scompiglio e tormento nella vita di entrambi (ma com’è più facile un adulterio consumato!). Lui ha una compagna fissa da un paio di anni con cui però non convive, mentre lei, che era già piena di dubbi sul suo matrimonio, inizia a rimpiangere la scelta fatta a suo tempo, non solo per l’attrazione che prova per Massimo, ma anche per quella parte creativa di sé che aveva messo a tacere sposandosi e trasferendosi a vivere in Francia. Il film quindi va avanti lentamente con inquadrature sui due protagonisti che, nonostante i difetti di sceneggiatura, sono piuttosto bravi.

A un certo punto il film diventa leggermente grottesco e si vede che chi ha scritto la sceneggiatura non ha la più pallida idea di cosa sia il mestiere di architetto. I due protagonisti, la sera prima del trasloco della giovane coppia nella casa ristrutturata, vanno (separatamente) nella villa come per un addio a un’opera riuscita e amata: la casa è aperta, non chiusa a chiave, tutta perfetta nei minimi dettagli e più che altro pulitissima. Così i due decidono di fare lì una cenetta romantica con vino rosso e formaggi (immagino francesi….). Chi ha esperienza di gestione di un cantiere si rende conto dell’assurdità della scena! Ma l’insensato si trova perfino negli abbigliamenti dei protagonisti. Francesca resta a Torino un mese sempre con lo stesso cappottino color bianco ghiaccio, ci prende anche la pioggia, ma è sempre lindo e stirato, eppure i soldi per comprarsi magari un impermeabile non le mancano certo. Inoltre, per denotare simbolicamente il ruolo dell’architetto-artista, il regista Paolo Franchi ricorre al maglione a collo alto e barba lunga per Massimo e, ancora peggio, ai capelli lunghi tenuti con il codino per l’ottantenne Manfredi. Nel film gli interni dei vari appartamenti, esclusi quelli lussuosi con mobili antichi, sono piuttosto spogli, sono arredati come si immagina siano quelli degli architetti, ma tutti, inclusa la villa “dove non hanno mai abitato”, sono più da “Casa Vogue” che da rivista d’architettura. I mobili sono tutti quei classici progettati ormai un secolo fa, oggi considerati status symbol di una borghesia intellettuale: la poltrona di Marcel Breuer, le sedie Thonet di Alvar Aalto, la lampada Tolomeo di Michele De Lucchi. Ciò che però non mi è chiaro, e che mi sembra anacronistico, sono i grandi tormenti di Massimo e Francesca che non si capisce perché, ormai cinquantenni e liberatisi da problemi edipici, non mollino tutto e si mettano insieme, in fondo il divorzio esiste anche in Italia da quasi cinquant’anni!


Ghisi Grütter

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