25 novembre 2017

Recensione film: OGNI TUO RESPIRO regia di Andy Serkin


 Con Andrew Garfield, Claire Foy, Stephen Mangan, Tom Hollander, Hugh Boneville, Amit Shah, Dean-Charles Chapman, Gran Bretagna 2017. Fotografia di Robert Richardson, scenografia di James Merifield, costumi di Charlotte Walter.

 



 

Ispirato ad una storia vera, il film Ogni tuo respiro  narra  la vicenda con belle immagini (di Robert Richardson che ha vinto l’Oscar tre volte) e bravi attori,  ma in modo un po’ fiabesco che risulta troppo mieloso rendendo la vicenda inverosimile. Johnatan Cavendish, figlio di Robin e Diana è il produttore che ha voluto rendere omaggio con questo film a entrambi i genitori che sono stati sicuramente delle figure eccezionali. Purtroppo le cose più interessanti sono troppo di sottofondo mentre è fin eccessivamente celebrato l’amore tra i due genitori. Robin Cavendish e Diana Blacker (interpretati da Andrew Garfield e Claire Foy), appartenenti all’upper-class britannica, si conoscono nel 1957 ed è subito coup de foudre. Si sposano e partono per il Kenya, dove lui fa l’intermediario nel commercio di tè e Diana lo segue in tutto e per tutto condividendo con lui ogni emozione e sensazione. Dopo un po’ di mesi, mentre Diana era in stato avanzato di gravidanza, Robin si ammala improvvisamente di poliomielite e resta completamente paralizzato con l’aspettativa di poche settimane di vita. Diana, sempre al suo fianco, lotterà contro tutti, anche contro lui stesso, che all’inizio avrebbe voluto morire; lo riporterà in Inghilterra e infine, contro il parere medico specializzato, lo farà uscire dall’ospedale riportandolo a casa, come lui stesso desiderava. Lo accudirà completamente con spirito di abnegazione e gli ridarà fiducia e amore nella vita. Anche il piccolo Jonathan imparerà a prendersi cura del padre tetraplegico. Insieme a un nutrito gruppo di amici costruirà (con Teddy Hall, un famoso scienziato inglese interpretato da Tom Hollander) una sedia a rotelle con respiratore incorporato che permetterà a Robin di tornare a rivedere il mondo e perfino a viaggiare. Questa invenzione permetterà di ridonare fiducia, e più che altro dignità, a tutti i disabili gravi che non sono più autonomi. La sedia a rotelle con respiratore incorporato, sviluppata da Cavendish e Hall, diventerà il modello per tutte le ulteriori evoluzioni del genere.

Robin è forte e coraggioso, ha un alto sense of humor e trascina tutti coloro che gli sono vicini in avventure e sperimentazioni. Riuscirà, in tal modo, anche a farsi ascoltare in un serissimo Convegno in Germania, tra gli specialisti del settore. Dopo più di trent’anni di malattia, avendo continuamente delle emorragie come effetto collaterale del respiratore artificiale, Robin chiederà e otterrà una morta assistita con l’aiuto di un medico amico.

Andy Serkin, è un attore divenuto celebre per i suoi personaggi in motion capture tra cui Gollum ne “Il Signore degli anelli”. Qui, alla sua prima regia, ha voluto accuratamente evitare tormenti, dubbi, e sofferenze. Forse un po’ troppo, infatti, è proprio per questo che il film alla fine appare come un feel-good-movie, una favola sull’amore con l’A maiuscola.

 

 
Ghisi Grütter

 

 

 

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