4 novembre 2017

Recensione film IL MANIFESTO regia di Julian Rosefeldt

 Con Cate Blanchett, USA 2015. Fotografia di Christophe Krauss, montaggio Bobby Good.
                                                             

Un assolo di bravura
Manifesto è un film (o documentario?) ambizioso, molto impegnativo e per intenditori. Domenica scorsa a Roma lo proiettavano in un’unica saletta di 60 posti ( e anche stretti) di un cinema romano, soltanto allo spettacolo pomeridiano. Schiacciata in seconda fila, senza lo spazio per le gambe e con la testa rivolta all’insù non mi sono potuta gustare lo spettacolo come avrebbe meritato. Il film consiste in una serie di brani (in inglese ovviamente) letti da quella straordinaria attrice che è Cate Blanchett e che, in ogni prova, supera se stessa. A mio avviso lei è una delle attrici di oggi più brave in assoluto, insieme a Meryl Streep e Judie Dench. La Blanchett in Manifesto interpreta tredici persone diverse, tutte con la sua capacità di trasformismo che aveva già dimostrato interpretando Bob Dylan nel film Io non sono qui di Todd Haynes del 2007.
A parte l’iniziale episodio in cui l’homeless recita il “Manifesto del Partito comunista” di K. Marx  e F. Engels del 1848, nel film l’attrice legge brani di vari movimenti artistici come il Situazionismo, il Futurismo,  il Vorticismo, l’Astrattismo, l’Espressionismo e dal “Manifesto dell’architettura futurista” di Antonio Sant’Elia. Mi è piaciuta molto l’orazione funebre all’Arte, dove sono stati montati insieme pezzi dadaisti di Tristan Tzara, Louis Aragon, Francis Picabia e altri. Degna di nota è anche la stressante madre di famiglia che prima di mangiare con i figli e il marito, il tacchino (che nel frattempo sarà diventato freddo…), recita in preghiera il Manifesto Pop di Claes Oldenburg “I am for an Art…” del 1961. Nel film troviamo anche il Minimalismo, l’Arte Performativa dove Cate Blanchett gioca il ruolo della severa coreografa, lo Spazialismo e l’Arte concettuale. C’è anche posto per le regole dettate in “Dogma 95” da Lars von Trier e Thomas Vinterberg. Non li ho citati tutti, ma francamente ci vuole una buona dose di conoscenza artistica del XX secolo per riuscire a riconoscerli.
Ciò che ho apprezzato molto del film sono state le ambientazioni, il clima della città del nord (il film è stato girato tutto attorno a Berlino), le fabbriche abbandonate, le case/gallerie minimaliste su paesaggi nordici invernali che sembrano uscite da una rivista patinata di Arredamento. E ancora stabilimenti artistici futuribili, insomma ogni location è stata scelta con cura e mostrata, con attenzione, dall’ottima fotografia di Christophe Krauss.
Manifesto era stato pensato inizialmente come videoinstallazione multi-schermo all’Australian Centre for the Moving Image, poi è stata esposta a Berlino, infine a Sidney presso la Gallery of New South Wales. Rimontato in lungometraggio dallo stesso regista-artista è stato presentato al “Sundance Film Festival” del 2017.
Ghisi Grütter

1 commento:

  1. Complimenti alla redattrice,
    che ne fa con spirito
    e competenza un film imperdibile.

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