20 maggio 2017

Recensione film: SONG TO SONG regia di Terrence Malik



Con Ryan Gosling, Rooney Mara, Natalie Portman, Michael Fassbender, Cate Blanchett, Bérénice Marlohe, Val Kilmer, Holly Hunter, Florence Welch, Lykkie Li e con la partecipazione di Patty Smith e Iggy Pop come se stessi, del 2017.Fotografia di Emmanuel Lubecki. Montaggio di A.J. Edwards, Keith Fraase, Rehman Nizar Ali, Berdan, Hank Corwin –

Texas e musica, manca il film

L’unico merito di questo film è nell’aver montato splendide foto di architetture su una ricca colonna sonora. Emmanuel Lubecki è il direttore della fotografia e, non a caso, ha vinto l’Oscar per tre anni di seguito: con Gravity del 2013, con Birdman del 2014 e con Revenant del 2015.
Per il resto si può facilmente affermare che Song to Song è un film assolutamente insopportabile. Non sono un’amante di Terrence Malick, il regista-filosofo a mio avviso ampolloso e noiosissimo, e sono andata a vedere Song to Song prevalentemente perché attratta da un cast eccezionale. Nel film sembra che ogni attore si porti dietro un film precedente per il quale è diventato famoso. A Ryan Gosling ormai tocca suonare il pianoforte, spesso in piedi, dopo che Damien Chazelle lo ha utilizzato nel super-premiato La la Land; anche se in passato ha dato prove di attore poliedrico, Gosling pure qui sfoggia, nuovamente, il suo sorrisetto seduttivo nel ruolo del fidanzatino dolce e sfigato che scrive canzoni (però qui, per fortuna non balla!). Rooney Mara, da parte sua, dopo essere stata l’amante di Carol (peraltro è presente nel film anche Cate Blanchett in un ruolo secondario) si presta a rapporti omosessuali e a quelli sessuali commisti proposti dal viziatissimo e viziosissimo Michael Fassbender, nella parte di un ricco e potente imprenditore discografico.
La storia è del tutto inconsistente: due banali triangoli amorosi in una sorprendente Austin, capitale del Texas e capitale mondiale musicale. La vera protagonista del film è, infatti, lei, Austin, con il suo Central Business District e con le sue ville strepitose, ma anche con il suo hinterland pieno di laghi, fiumi e cascate.
Girato nell’arco di due anni (ne sono state girate ben otto ore!) senza sceneggiatura perché Malick lavora molto in post-produzione, il film è stato poi integrato da immagini del festival musicale “Austin City Limits” del 2012 (Florence Welch, Black Lips, Lykkie Li, The Red Hot Chili Peppers ecc.), il più famoso della città dopo il “South by Southwest”. Song to Song si avvantaggia anche della presenza di Patty Smith e Iggy Pop.
Il film consiste in una sequenza infinita di immagini, scattate con un grandangolo, che presentano volti tutti un po’ deformati su uno sfondo architettonico (la città sul fiume Colorado e lo skyline sono visti attraverso le ampie finestre dell’appartamento, dall’alto di un grattacielo) ricomposte con un montaggio circolare ipnotico, corredate da voci fuori campo di persone tormentate e sofferenti, e con i dialoghi – o meglio i monologhi – imbarazzanti per la loro banalità. “Vuoto chiama vuoto” scrive Francesco Boille su Internazionale.
Le domande “Chi sono?” e “ Chi siamo?” invece di costituire interrogativi inquietanti sembrano essere una parodia neo-esistenzialista. I temi dell’insensatezza, del vuoto, dell’assurdo, che caratterizzano l’essere umano insieme alla solitudine di fronte alla morte in un mondo completamente estraneo, sembrano essere appannaggio di una certa classe sociale per cui il film potrebbe anche essere intitolato “Guardate come si annoiano i ricchi!” per l’ostentazione del lusso, oppure “Meglio poveri ma belli” per il suo finale moralistico e semplicistico di ritorno alla semplicità e alla natura.
Malick è un regista settantatreenne che in trent’anni ha fatto solo quattro film per poi girarne cinque tutti in sei anni, grazie anche al digitale. Forse troppi tutti insieme.
Ghisi Grütter

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