30 aprile 2017

Recensione film: LE COSE CHE VERRANNO-L'AVENIR regia di Mia Hansen-Løve


 

 

Con Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob, Sarah Le Picard, Yves Heck, del 2016.

 



 


Viva l’adultità

 

L’inizio di L’avenir, titolo francese del film, è leggermente retrodatato sotto la presidenza Sarkozy, e mostra la reazione di protesta dei giovani studenti nel 2010, alla riforma delle pensioni che eleva l’età minima dai sessanta ai sessantadue, fa saltare la possibilità di prepensionamento per gli statali con famiglie numerose (oltre i tre figli) ed eleva la pensione di vecchiaia dai sessantacinque ai sessantasette anni.

La trama del film consiste nelle vicende di Nathalie (Isabelle Huppert) che vive a Parigi ed è una professoressa di filosofia di liceo, moderatamente di sinistra, che impartisce un insegnamento classico: il suo riferimento principale è Rousseau. In passato aveva militato nel partito comunista per qualche anno, adesso il suo obiettivo è quello di far ragionare i giovani con la propria testa, stimolando il dibattito e il confronto. Anche suo marito Heinz (André Marcon) è professore, ma sembrerebbero non condividano troppo né ideali né Weltanschaung.

A dirla francamente “le cose che verranno” non prospettano niente di buono. Nell’arco di pochi anni la vita di Nathalie cambierà radicalmente: i figli diventano grandi e indipendenti, il marito s’innamora di un’altra e le chiede il divorzio, la casa editrice non le rinnova più il contratto della collana, la madre morirà e alla fine Nathalie deciderà di separarsi anche da Pandora, la gattona nera ereditata dalla madre. Per tutta una serie di vicende Nathalie sembra accettare passivamente tutto ciò che le accade: non lotta neanche un po’ per riconquistare il marito e non reagisce affatto alla chiusura del contratto con l’editore. Anche le conversazioni con Fabien (Roman Kolinka), suo giovane e brillante ex-studente con il quale condivide molte cose, si riveleranno deludenti. Fabien, che lei va a trovare nel Vercors, la accuserà di essere troppo borghese e poco disponibile a mettere in discussione i suoi privilegi acquisiti.

Sarà dunque solo attraverso i lutti e gli abbandoni (perfino la casa della famiglia del marito in Bretagna che lei amava particolarmente) che Nathalie ritroverà se stessa e finirà per apprezzare la sua nuova situazione di libertà. Il film vuole così rappresentare l’affermazione di una personalità in età adulta, una volta liberatasi dei vari “dover essere”.

In questo film intimo, bella è la descrizione del rapporto tra Nathalie e la madre, una ex-modella narcisista e depressa (Sarah Le Picard), di cui lei deve occuparsi, meno felice e un po’ impacciata è quella tra lei e il suo ex-studente. Isabelle Hupert, protagonista assoluta (insieme ai libri) e complice del successo del film, è mostrata nel suo invecchiare, senza trucco e con la pelle sotto la luce del sole. Cammina un po’ curva, è leggermente sgraziata, sempre un po’ di corsa e un po’ maldestra.

Il film presenta una scelta variegata delle musiche, dai Lieder di Franz Schubert (la musica classica amata dal marito) a Woody Guthrie (il folk singer amato dal più eversivo Fabien), come se la trentaseienne regista volesse affermare di saper trattare anche tematiche e periodi che non può aver vissuto. Presentato alla Berlinale del 2016 L’avenir ha vinto il premio per la miglior regia. Infatti, Mia Hansen-Løve è da molti considerata come uno dei più interessanti giovani talenti del cinema europeo.

 

 

Ghisi Grütter

Nessun commento:

Posta un commento