17 aprile 2017

Totò politico del dis-senso

da http://temi.repubblica.it/micromega-online/toto-politico-del-dis-senso/


 
 
A cinquant’anni dalla sua scomparsa, il grande interprete napoletano ci ha insegnato a essere un po’ più liberi. Non si è occupato direttamente di politica, ma gli sfottò dei dittatori e della casta sono senza pietà, mentre le sue posizioni ‘populiste’ ante litteram si richiamano all’onestà e alla rettitudine in quanto valori profondi della convivenza civile.

di Rossella Guadagnini  
VOTANTONIO... VOTANTONIO... VOTANTONIO...

TOTO' (affacciandosi al condominio armato di megafono) Votantonio... Votantonio... Votantonio... Italiani! Elettori! Inquilini, coinquilini, casigliani! Quando sarete chiamati alle urne per compiere il vostro dovere, ricordatevi un nome solo: ANTONIO LA TRIPPA. Italiano! Vota ANTONIO LA TRIPPA! Italiano! Vota LA TRIPPA!!!

UNA VOCE DAL CONDOMINIO: Sì, al sugo!!!!!!

TOTO' (fra sè) Brutto mascalzone, figlio di... (Col megafono) Italiani! Italiani! Votantonio... Votantonio... Votantonio... Inquilini, coinquilini, condomini, casigliani! Quando andrete alle urne per compiere il vostro dovere votate la lista PNR, Partito Nazionale Restaurazione. Scegliete un numero solo che è tutto una garanzia, tutto un programma: 47...

UNA VOCE DAL CONDOMINIO: ...morto che parla!!!!!

TOTO': E fesso chi non sta zitto!!! (Fra sè) Ma guarda che numero che mi hanno dato...

Lo scambio è tratto dal film “Gli Onorevoli” del 1963 e riassume in poche righe tutto il ‘pensiero politico’ di Antonio de Curtis, ben rappresentando il Totò-politico tout court. Che c’entra un attor comico -per quanto grande- con l’arte di governo? C’entra, c’entra eccome. Anzi, meglio, c’azzecca e ci sta tutto fin dai tempi del commediografo greco Aristofane [1], altrimenti non si capirebbe nemmeno come mai oggi coloro che praticano satira politica siano tra i maggiori oppositori dell’establishment, i più temuti critici della società, i più strenui dissenzienti rispetto a una sempre più diffusa uniformità di pensiero.

Si pensi ai comici teatrali e televisivi come Maurizio Crozza e Daniele Luttazzi, passando per Corrado e Sabina Guzzanti, per non parlare di Antonio Albanese che, con il suo Cetto La Qualunque, ha preconizzato la strampalata odissea di un indegno candidato elettorale dalle promesse esilaranti (“Chiù pilu pe tutti!”). Anche i giornalisti d’inchiesta non disdegnano i toni sarcastici e mordaci, dall’arguzia alla beffa: il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, tiene una rubrica il lunedì che s’intitola Ma mi faccia il piacere, in omaggio al comico napoletano. Per non parlare dei vignettisti, deputati a confezionare per immagini strali contro la cattiva politica; un cimento in cui si esercitano quasi quotidianamente artisti come Altan e Vauro, Elle Kappa e Staino, per fare solo qualche nome.

Trasformatosi nel prototipo dell’aspirante deputato, Totò incarna magistralmente in questo film dei primi Anni Sessanta lo spirito post fascista nel solco che fu dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, non a caso anche lui partenopeo [2]. Mentre ai giorni nostri il riferimento più immediato che viene in mente è piuttosto all’Italiano Medio del film di Maccio Capatonda [3]. Libero da remore morali e pensieri troppo faticosi, che rappresentano un carico pesante e superfluo, pertanto, assai poco consono alla sua schietta semplicità, Antonio La Trippa è tutto nel suo nome (e cognome).

Un appellativo, quello riferito al grasso, che comporta oneri e onori, indicando perfettamente quale metamorfosi negativa avvenga, talvolta, nel difficile passaggio da cittadino ad amministratore e per giunta della specie più vorace: quella di colui che magna e fa magna’. E che, di conseguenza, tira anche a campa’, come si dice a Roma, chiudendo un occhio e forse tutt’e due su quello che non vuole vede’, avrebbe aggiunto un altro grande delle comicità italiana, l’Albertone nazionale.

« Ignobile portinaio da strapazzo! Come ti permetti di chiamarmi in tale guisa? Io sono il neo-onorevole La Trippa, Cavaliere Antonio! Capito!? ». Così il pochissimo onorabile La Trippa richiama all’ordine il portinaio dello stabile, ristabilendo fuor di metafora quella distanza siderale che esisteva -e tuttora esiste- tra politica e società civile. Nonché ribadendo l’intoccabilità dovuta al proprio considerevole rango, come se il parlamentare fosse iscritto a un ordine particolare di superuomini a seguito dell’esercizio di un mandato elettivo. Di quanti Antonio La Trippa traboccano anche oggi le liste elettorali? Di sicuro troppi.

« Votantonio, Votantonio, Votantonio, Votantonio! » è lo slogan che il nostro ripete per tutto il film come un mantra. Ci si appiglia come a un sortilegio magico, alla recitazione sconnessa di un rosario per scongiurare la sconfitta, l’indifferenza, per allontanare il nulla, ma anche per ribadire, con ostinazione pervicace e quasi cieca, la bontà della propria iniziativa. E’ il metodo del ‘lavaggio del cervello’, termine che adesso chiamiamo più elegantemente persuasione occulta, attuata magari mediante stimoli subliminali che vanno a sollecitare l’inconscio (qualcosa che attiene a… laggiù, insomma, che vellica stomaco e pancia).

Il discorso politico è -per sua stessa natura- suadente e persuadente, come vuole la retorica. Tutt’altra cosa del discorso comico, che qui entra in azione grazie a degli strumenti del tutto inadeguati, usati da Totò come armi improprie: un imbuto di latta trasformato in megafono (evviva il tecnicismo!) e luoghi altrettanto inadatti, la finestra del bagno di casa al posto del balcone di altri -ben più grandi e potenti di lui- che gli fanno da contraltare. Una legge del contrappasso (meglio forse del contrabbasso, tanto per essere più vicini al lessico immaginifico del principe de Curtis) che vuole il contrasto stridente tra l’alto della politica -il comizio alato- e il basso del basso napoletano -il comizio dal cesso casalingo- condito dagli aromi familiari di trippa e sugo, che sentiamo salire ai piani superiori.

Una vera epifania della democrazia di pancia o del mal di pancia, provocato dalle tante abbuffate nostrane più vicine al copione di un film, che alla realtà. Del resto, chi può dimenticare l’incredibile festa “Olympus”, nomen omen, organizzata al Foro Italico, nel 2010, in cui alcuni membri del consiglio regionale del Lazio si sono travestiti da maiali, ancelle e ninfe, tra giare di vodka e mojito, nell’era della presidenza di Renata Polverini [4]? Come sarebbe piaciuta a Totò quella coreografia così vicina alle assurdità di tante scene che ha calcato.

Il futuro onorevole viene immediatamente ‘scoperto’, ancor prima della sua resistibile ascesa, e additato come il re che “è nudo”. Perciò, altrettanto immediatamente, è sfottuto dai suoi simili, gli inquilini e coinquilini del palazzo da cui si affaccia per i comizi preelettorali. Che non è il Palazzo, ma è un palazzo qualsiasi, simbolo dell’italianità media e contro-simbolo di quel luogo deputato della politica dove si svolgono affari spesso oscuri, che tuttavia sono fin troppo chiari a tutti. Perfino a lui, perfino agli italiani e agli elettori, ossia agli inquilini e coinquilini che abitano la realtà di tutti i giorni.

Un mondo senza commistione alcuna rispetto a quello che orbita di solito intorno alla politica, tranne che in un caso particolare, la truffa. Che viene esperita tanto di qua, quanto di là, in tutte le possibili sfumature e varianti: dal millantato credito alla fregatura bella e buona; dalla ruberia di ciò che è pubblico all’appropriazione indebita e così via. Secondo una logica semplice ed efficace che distribuisce equamente ‘a ognuno il suo’: se sei un turista ti vendo il Colosseo, se sei un romano ti vendo una patacca amerikana.

Uno di questi casigliani di toscanissima memoria -perché Totò è sempre molto colto sotto la maschera da Sommo Ignorante, nel senso di colui che ignora, il finto idiota che smaschera le balle vere del suo interlocutore- risponde infatti all’appello megafonato di Antonio La Trippa. “Sì, (la trippa) al sugo!!!”. Riportando subito a terra lo scambio verbale in un quadro che più preciso non si può, neanche con il pennello. Per la serie del parla come mangi, ma anche del mangia-mangia delle corruttele e dei fenomeni di cattivo governo che tengono sempre banco sulle pagine di cronaca italiana.

Il dialogo in due battute, anzi quattro battute, come quello dei suoi illustri predecessori commediografi e teatranti, da Petrolini ad Achille Campanile, è davvero fulminante. Orchestrato con tempi comici rapidissimi di botta e risposta: non si sbaglia, non si sgarra. A ‘uno’ corrisponde ‘due’, in unò-duè, unò-duè da marcetta. Un doppio movimento scandito che ricorda il suono secco di un meccanismo che scatta. E’ la declinazione del comico del discorso e l’articolazione del discorso comico, in cui è premiante soprattutto la sorpresa e la velocità.

Bisogna parlare prima ancora che l’altro dialogante comprenda, fino in fondo, quello che stiamo dicendo e, in specie, ciò che si accinge a dire lui stesso! E quando ha appena finito di dirlo, ahimé, è ormai troppo tardi… La trappola è scattata, dopo che è stata spinta la molla fino allora segreta, nascosta subito sotto la superficie di una conversazione stucchevole e inconsistente.

D’improvviso ci si ritrova prigionieri del senso comune e, contemporaneamente, della stupidità propria e altrui. Se la propria era voluta, per cui ne siamo consapevoli, l’altrui era celata e ci risulta sorprendente. Il contrasto corrisponde a un doppio passo di danza, come in un elegante minuetto. Parte la risata perché quella doppia imbecillità viene rivelata davanti a tutti come una scoperta improvvisa. Signori, su il sipario!

Si ride, liberandosi dalla paura, ci si affranca da se stessi, dai comportamenti errati, dal timore di quella piccola morte che il riso incentiva e, subito dopo, sapientemente occulta. Assecondata dal detto popolare che parla in maniera esplicita di “morir dal ridere” o anche di “ridere a crepapelle”. [5]

E gli altri onorevoli intorno a Totò? Sono alla sua altezza, o quasi. Degni compari che formano il ritratto a tutto tondo di un’Italietta nostrana contenente gli esiti del Ventennio, mescolati ai germi nuovisti del boom economico incipiente. Una foto di gruppo che riesce perfino a essere predittiva. C’è tutto l’entourage tipico della politica di quegli anni, squadernato nel film: la democristiana Bianca Sereni, femminista ante litteram che finisce per invaghirsi di un bellimbusto pagato dagli stessi compagni di partito per fotografarla in atteggiamenti compromettenti e screditarla (la macchina del fango è sempre in funzione). Scoperto l’inganno deciderà di ritirarsi e mettersi insieme proprio a quell’uomo.

Poi c’è il senatore del Partito Liberale Italiano, Rossani Breschi, che si fa propaganda invitando i ricconi nel suo lussuoso salotto. Un comizio di piazza da lui tenuto finirà sabotato da una banda di ragazzini, rivale di quella del figlio. Avevano provato a emulare i grandi, giocando ‘a fare i politici’. Segue in questa galleria di piccoli mostri lo scrittore comunista Saverio Fallopponi, che si scaglia contro gli Stati Uniti, ma non disprezza affatto i dollari. Vengono in mente certi cachemire eleganti di Fausto Bertinotti o l’anelito alla barca e ai vitigni in produzione del novello vigneron, Massimo D’Alema. Fallopponi sarà costretto a ritirarsi, una volta che la cosa vien fuori.

Il professor Mollica del Movimento Sociale Italiano, invece, è truccato in maniera esagerata (indimenticabile il cerone di Silvio Berlusconi) dal regista della Tribuna elettorale, col risultato che il suo comizio televisivo sarà sospeso dopo pochi secondi. Il candidato tenterà comunque di tenere il discorso in un varietà tra le piume delle soubrette (i nani e le ballerine della felice definizione di Rino Formica, usata per gaudenti e cortigiane di epoca craxiana). Tanto che alla fine viene da chiedersi: ma -mutatis mutandis, ossia come potrebbe sostenere Totò, cambiate le mutande- si è davvero trasformata la politica italiana negli ultimi cinquant’anni? Cari signori, anzi cari casigliani, domandatevelo anche voi e datevi una risposta.

Antonio La Trippa, nato a Roccasecca (Fiano Romano nelle riprese cinematografiche) è monarchico come Totò (di simpatie monarchiche) e non si discute. Oggi chissà cosa sarebbe, viene da chiedersi: un pentastellato, un non votante in aristocratico ritiro? Forse per questo, memore del bel tempo andato di casa Savoia, tormenta militarmente i condomini suonando la carica e urlando i suoi sciocchi slogan. Ma quando si avvede dei loschi fini dei dirigenti del suo partito rivela alle persone che assistevano al comizio le losche trame, mandando a monte anche la propria elezione.

Perché l’onestà potrà anche non pagare, però serve. Almeno nel caso di Totò, la cui candida ingenuità (scusate, ma “a che serve la serva se non serve?” come vuole un celebre scioglilingua da lui recitato a menadito) riscatta qualsiasi tentativo preventivo di raggiro, qualsiasi meschinità e piccineria anche solo accennata all’origine. Lo fa grande in virtù di meriti speciali.

Un grande ingenuo, un fesso: così ama definirsi il principe De Curtis; però sincero e di buon cuore come buona parte degli italiani. Lavoratore e onesto. Basterà questo ad assicurargli un posto in Paradiso? Pensiamo di sì, se non altro per gratitudine. Perché ci ha insegnato a essere più liberi, a esercitare il nostro spirito critico senza timori e servilismi. La sua non è la lezione gattopardesca dell’è cambiato tutto/non è cambiato nulla, i tempi sono sempre uguali, la politica è una cosa sporca.

La comicità e lo stile inimitabile di Totò sono da iscriversi piuttosto nel segno della perenne disubbidienza, della mancanza di allineamento, dello sfottò, del pernacchio sonoro e fatto di (cattivo) gusto. Invitano a ragionare con la propria testa. Non sempre si tratta solo di “semplice buon senso”, ma spesso è anche solo “puro buon senso”.

Oggi affermeremmo che Totò è di destra, nella continua diatriba che tanto ci appassiona da anni, pur avendo -nel frattempo- smarrito quasi ogni orientamento su ciò che è di destra e ciò che è di sinistra, e forse proprio per questo. Oppure che è un qualunquista, pescando da un altro tipo di ragionamento, quello populista, proposto da alcuni rappresentanti del M5S, della Lega e dell’estrema destra. Però qualsiasi schema di pensiero politico in cui tentiamo di infilare Totò resta riduttivo, senza spiegare a sufficienza né lui, né la sua arte.

"La mia tendenza politica? -afferma lui stesso risolvendo ogni incertezza al riguardo- Liberal-social-democratico-monarchico-repubblicano". Cioè, potremmo sintetizzare, un po’ di tutto fuorché comunista. Seppure, in virtù dello spirito di bastian contrario che lo spinge di continuo in avanti, è il primo a commentare, strizzando l’occhio furbetto: “Poi dice che uno si butta a sinistra!”.

A una più attenta rilettura, dunque, Totò dimostra come l’uomo-e-l’attore, tutt’uno in questo caso, siano stati a loro modo ‘rivoluzionari’. E non loro malgrado. Il messaggio di Totò, attraverso il suo continuo sberleffo a ogni potere costituito, al vedere il mondo attraverso gli occhiali (rosa) del mainstream, è come un sasso lanciato in uno stagno, in grado di creare dei cerchi sempre più ampi. Oppure come la pietra che Davide lancia con la fionda contro Golia. Un’arma piccola ma potente, in grado di colpire e perfino abbattere qualcosa di dimensioni molto superiori alle proprie. Perché apre una crepa in una visione compatta e scontata, insinua un dubbio talmente profondo nel conformismo imperante che non ci abbandona più.

Totò fa politica del dissenso, dissentendo da tutto fuorché dalla propria arte, e fa ancor di più politica del dis-senso, nella duplice accezione di controcorrente e di una disarticolazione del senso comune che contiene un plus, una vera e propria eccedenza di significato. Riuscendo, in tal modo, a conferire una pregnanza inaspettata a frasi e parole altrimenti assolutamente banali, trite e viete. Sesto senso e sensibilità non gli fanno certo difetto anche nei momenti più surreali, quando si esercita nella comicità dell’assurdo, irriverente e maramaldo oltre misura, innescando una girandola di puro dispendio emotivo e creativo.

Basti per tutti ricordare uno dei grandi interrogativi teleologici che ci ha lasciato in eredità: “Insomma, siamo uomini o caporali?”. E la risposta è che siamo uomini e caporali [6]. Occorre solo decidere quale parte di noi vogliamo far prevalere.

NOTE

[1] Aristofane (Atene 450 a.C.) uno dei principali esponenti della Commedia antica. Tra i suoi lavori più celebri, le Nuvole, le Vespe, Lisistrata e le Rane, in ognuna delle quali non risparmia critiche e strali agli aspetti incongrui della democrazia ateniese.

[2] Il Fronte dell'Uomo Qualunque (UQ) un movimento e, successivamente, un partito politico italiano sorto attorno all'omonimo giornale (L'Uomo qualunque) fondato a Roma, nel 1944, dal commediografo e giornalista Guglielmo Giannini. Il suo motto era « Questo è il giornale dell'uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole ».

[3] L’Italiano medio è un film comico di successo del 2015, diretto da Maccio Capatonda al suo debutto cinematografico. La pellicola riprende il celebre fake trailer (un promo contraffatto) Italiano medio, parodia del film americano Limitless del 2012 all'interno del programma Ma anche no su La7.

[4] Il party scandalo del Pdl, organizzato nel settembre del 2010 da Carlo De Romanis (all’epoca consigliere e vice capogruppo Pdl alla regione Lazio), doveva in realtà rimanere segreto. Il tema era “Ulisse torna a casa e sfida i nemici”, ma vi parteciparono circa duemila persone, tra cui la stessa Polverini, e mantenere la riservatezza non fu possibile. Secondo Franco Fiorito, ex capogruppo PdL nella regione Lazio, la megafesta fu pagata con i fondi del partito e dei contribuenti.

[5] Sul riso si sono succeduti numerosi studi tra Ottocento e Novecento, anche di genere scientifico, che hanno investito la fisiologia del riso e la sua psicologia. Si è esaminata a fondo la risposta percettiva della risata e quella di tipo umanistico-filosofica da Bergson a Freud, da Nietzsche a Pirandello.

[6] “Siamo uomini e caporali. Psicologia della disobbedienza” è il titolo di un saggio dello psicologo siciliano, Salvatore Cianciabella, uscito nel 2014 (Franco Angeli Editore). L’autore è stato anche impegnato, presso alcuni istituti scolastici di Prato, nella realizzazione di corsi sull’Heroic Imagination Project del professor Philip Zimbardo. Il noto psicologo è l’ideatore dell’“esperimento carcerario di Stanford” in cui studenti modello furono indotti a comportamenti aggressivi a causa di una situazione di prigionia forzata. Cianciabella ha inserito, nella versione italiana dell’iniziativa di Zimbardo, sketch cinematografici tratti proprio dall’opera di Totò.

(5 aprile 2017)

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